Radio Città Fujiko

Dialogo interculturale davvero divenuto impossibile?

Davide Carnevali  all'Arena con "Ritratto di donna araba che guarda il mare" esemplifica o semplifica lo scontro tra culture portandolo ad un apparente inevitabile duello tra maschi di due sponde diverse del mediterraneo. Le donne sebrano portatrici di un pensiero libero, ma soccombente alla violenza maschile.


di Simona Sagone
Categorie: Teatro
Ritratto di donna araba che guarda il mare

Nella sala Thierry Salmon dell'Arena del sole   è andato in scena lo spettacolo vincitore del 52° Premio Riccione per il teatro (2013) e selezionato al Next, Laboratorio delle idee della Regione Lombardia (2015),  "Ritratto di donna araba che guarda il mare" del drammaturgo Davide Carnevali, ad opera del Lab 121 di Milano.
 


Appena le luci in sala si abbassano e inizia la rappresentazione, colpisce la modalità narrativa delle vicende presentate, non in forma di discorso diretto, bensì in forma di citazione delle azioni fatte e delle parole dette dai protagonisti che recitano pressochè fermi seduti o in piedi. L'effetto wow è dato poi dalla scenografia: un modellino di una città araba antica, con bassi edifici bianchi con cupole, chiusa da mura, davanti al mare  posato su un tavolino girevole che, inquadrato da una videocamera e mosso circolarmente, diviene proiezione alle spalle dei quattro attori situando azioni e creando l'atmosfera della realtà vissuta dai protagonisti della storia.

La presentazione della trama è intrigante, si entra facilmente in medias res immaginando un gruppo di giovani donne, probabilmente dal capo coperto da un velo, in una città araba, che vanno a vedere il sole tramontare davanti al mare e ridacchiano sentendosi osservate da un giovane uomo straniero di bell'aspetto.

Appare divertente il gioco di ritrosia della giovane donna puntata dall'elegante straniero e si sta in ansia per lo sviluppo del flirt. Più e più volte nel testo torna l'espressione "donne libere" e immaginiamo ragazze nordafricane che vogliono vivere in maniera più occidentale, slegandosi, se pur timidamente, dalla tradizione delle cittadine e dei Paesi in cui sono nate, per sentirsi parte della modernità.

La famiglia della giovane donna protagonista viene presentata come una famiglia diversa dalle altre, meno tradizionalista, disposta forse a lasciarle spazio per fare esperienze nuove, a riconoscere anche alla figlia femmina il diritto alla libertà, per lo meno libertà di movimento nello spazio cittadino.

Il tragico tuttavia, come categoria drammaturgica forse prima ancora che come esito delle azioni di uomini e donne che potrebbero essere reali protagonisti di un fatto di cronaca, aleggia sulla vicenda dal principio. La drammaturgia di Davide Carnevali e gli accorgimenti registici di Claudio Autelli sembrano suggerirci continuamente una domanda per effetto della quale, durante l'intero spettacolo, ci chiediamo per quanto tempo quella famiglia apparentemente diversa dalle altre, ma appartenente ad una precisa realtà culturale, sarà disposta a tollerare la libertà della figlia femmina, quanta libertà può godere realmente una giovane donna nord africana che vive a due passi da un mare che la separa solo per pochi chilometri dal mondo occidentale, prima che il patriarcato prenda il sopravvento e con esso le tradizioni secolari.

 Tutto sembra già scritto dall'inizio, sembra che Carnevali non abbia nemmeno per un'istante indagato la possibilità reale del dialogo interculturale, sembra che non abbia nemmeno valutato l'ipotesi che a donne libere possano affiancarsi anche fratelli e padri dalla mente aperta, come se le società al di là del mar Mediterraneo fossero condannate senza appello all'immobilismo, ad essere trattenute in un tempo diverso dal presente come da un incantesimo che impedisce a tutti gli uomini, senza alcuna eccezione, di essere diversi, di considerare possibilità altre rispetto la vendetta familiare, lo scontro con il modello europeo di vita, e il tarpare le ali al desiderio di autodeterminazione femminile.

I personaggi sono monolitici, privi di sfaccettature, identificati da un ruolo: giovane uomo europeo, giovane donna libera araba, fratello maggiore, fratello minore.

L'idea di portare in scena una tragedia con le caratteristiche delle tragedie classiche, ma con personaggi contemporanei ha reso impossibile nei fatti il dialogo tra i portatori di istanze a senso unico immaginati sostenitori di tesi inconciliabili come Antigone e Creonte, pur tuttavia per questioni molto più banali e ben meno nobili rispetto a quelle icone della tragedia antica.

Alla fine un cartello stadale nel modellino della città antica, inquadrato dalla videocamera, dichiara apertamente che il dialogo è divenuto impossibile, quando drammaturgicamente non gli è mai stata offerta una vera possibilità data l'inscalfibilità delle personalità dei protagonisti.

La questione, oggi epocale, dell'incontro tra culture, sembra svilita, appiattita, banalizzata attraverso una vicenda amorosa (per nulla esemplare) e neo- colonialista. Gli uomoni scelgono di ricorrere alle armi per sistemare le cose, chi per difesa dell'onore familiare, chi per difesa personale. La donna viene dipinta ancora una volta come oggetto da guardare e da conquistare, bene di famiglia da conservare non per affetto, ma per evitare di infangare il buon nome della famiglia.

Pur funzionando drammaturgicamente la pièce teatrale, mi è sembrato che il drammaturgo e con lui il regista, abbiano usato un tema di grande attualità senza aggiungere nulla di fatto al dibattito di idee in corso, procedendo per stereotipi, senza una vera analisi dei contesti messi in scena.

Credo che oggi abbiamo bisogno di indagare la complessità del contemporaneo, di approfondire le multiformi occorrenze delle singole culture ed i segnali che disconfermano l'immobilismo e la tradizione; è ora di annunciare dialoghi possibili pur nella pluralità delle visioni del mondo.

Un teatro che vuole innovare il linguaggio narrativo non può poi retrocedere sul piano dei contenuti  e la visione tragica dell'antichità andrebbe per lo meno integrata con la complessità e la puralità degli sguardi da cui oggi non possiamo prescindere.

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