Le donne vittime della violenza a Colonia vengono strumentalizzate dalle estreme destre, mentre si assiste a un’ondata di odio con la caccia al migrante. La riflessione di Paola Rudan (Coordinamento Migranti): “Senza rinunciare a una posizione antirazzista, bisogna partire dal fatto che queste donne sono state violentate”.

All’orrore delle violenze contro le donne di Capodanno si aggiunge ora quello della caccia all’uomo che sta colpendo i musulmani in Germania dopo le violenze di Colonia. A lanciare la vendetta generalizzata contro i profughi sarebbe un gruppo di hooligan, rocker e buttafuori, mentre negli scorsi giorni si è assistito alle manifestazioni degli attivisti xenofobi di Pegida e Pro-Köln “contro i profughi stupratori e il lassismo del governo”.

Secondo Paola Rudan, del Coordinamento Migranti, “Niente può giustificare questa violenza efferata, che dimostra quale nesso ci sia tra razzismo e patriarcato. È evidente che queste ronde sono fatte in nome dello slogan ‘difendiamo le nostre donne’, che può poi avere facce più o meno brutali”. Se è quanto mai opportuno stabilire che non esiste un rapporto tra le violenze di Colonia e l’origine culturale e religiosa degli aggressori, secondo Rudan “c’è un problema nel costruire un’alternativa a questo razzismo patriarcale”. Chi ha commesso quelle violenze “sono prima di tutto degli uomini”. Bisogna tuttavia “fare una riflessione a partire dal fatto che sono state molestate delle donne: è legittimo affermare una posizione anti-razzista, però il punto di partenza smette di essere che delle donne effettivamente sono state stuprate, anche da alcuni migranti”.

Il punto di vista da cui prendere le mosse è dunque prima di tutto quelle delle vittime, le donne, al netto delle strumentalizzazioni che stanno portando le estreme destre – e non solo – al giro di vite contro i migranti, in nome della sicurezza e delle “nostre donne”. “Un primo dato da cui partire è che una grande quantità di uomini, in modo più o meno coordinato, ha perpetrato violenza su un numero consistente di donne – osserva Rudan – Questo fa venire a galla una logica di fondo che identifica quelle donne come disponibili, poiché erano in giro a Capodanno da sole. La violenza sessuale presume che le donne siano oggetti di cui si può fare ciò che si vuole”.

Una volta stabilito il presupposto che chi ha compiuto quelle violenze sono in primo luogo uomini, “occorre ricordare che movimenti rivoluzionari per la democrazia hanno posto in secondo piano la questione della libertà delle donne – sottolinea Rudan – Bisogna pensare, senza timore di essere razzisti, che dal punto di vista delle donne esistono differenze nei diversi contesti. Non esiste un patriarcato universale, esistono forme diverse di patriarcato, e questa differenza non la fa l’Occidente in quanto più progredito, ma la fanno le donne che hanno lottato per porre dei limiti che determinano la maggiore o minore visibilità della violenza, che evidentemente non è stata eliminata neanche da noi”. Per questi motivi “non si tratta di generalizzare l’accusa di violenza contro i migranti – mette in chiaro l’attivista – ma di pensare che anche i migranti possono commettere queste azioni, e che partire dal punto di vista delle donne significa pensare tutti i termini della questione anche quando sono contraddittori, senza trovarsi a essere strumentalizzate dalle destre, estreme o democratiche, come sta accadendo in questi giorni”, conclude Rudan.