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Cittadinanza, le "colpe" dei padri non ricadano sui figli

Il Tribunale di Milano ha accolto il ricorso di un giovane filippino a cui era stata negata la cittadinanza.


di Andrea Perolino
Categorie: Migranti, Giustizia
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Un ragazzo filippino di Milano si è vista negata la richiesta di diventare cittadino italiano compiuti i diciotto anni, in quanto figlio di immigrati che per due anni non avevano il permesso di soggiorno. I giudici hanno però accolto il suo ricorso, evidenziando l'errata interpretazione della legge da parte del Comune.

Le norme italiane in materia di concessione della cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia sono già tra le più rigide tra i paesi dell'Unione Europea. In base a una legge risalente al 1992, infatti, chi nasce in Italia deve risiederci legalmente e ininterrottamente fino ai 18 anni per avere diritto alla cittadinanza. Accade, tuttavia, che in numerosi casi questa condizione non sia sufficiente. È il caso di un ragazzo filippino a cui il Comune di Milano ha negato la richiesta di cittadinanza a causa del fatto che nel 1994, quando è nato, i suoi genitori erano senza permesso di soggiorno. Lo ottennero solo nel 1996, e soltanto allora iscrissero il figlio all'anagrafe.

Il Tribunale di Milano ha però accolto il ricorso presentato dal giovane, sottolineando che le "colpe" dei padri non possono ricadere sui figli. "È uno di quei casi paradossali in cui i Tribunali spiegano come deve essere interpretata la legge - spiega ai nostri microfoni l'avvocato Livio Neri, che ha curato il ricorso - la pubblica amministrazione sempre più spesso però si attiene a una sua interpretazione". Il requisito della regolarità del soggiorno dei genitori non è infatti una condizione vincolante alla cittadinanza del figlio - ai sensi della legge 91/1992 - mentre "la condizione necessaria (e sufficiente, insieme alla nascita in Italia ed alla dichiarazione entro il diciannovesimo anno) è solamente la legale ed ininterrotta residenza dalla nascita al diciottesimo anno di età dell’interessato".

Come spiega l'avvocato Neri "inizialmente la norma era stata interpretata in modo molto restrittivo, e si pretendeva l'iscrizione anagrafica. Successivamente l'interpretazione delle sentenze è cambiata, ritenendo sufficiente la stabile presenza sul territorio per 18 anni. Nonostante questo molti ufficiali dello stato civile continuano a pretendere che il ragazzo dimostri l'iscrizione anagrafica per tutti i 18 anni". Questa discrezionalità nell'interpretazione della legge comporta di fatto una disparità di trattamento. Una disparità che si traduce in una grave violazione dei diritti delle persone: "Molte persone si rassegnano alla decisione dell'ufficiale di stato civile e non fanno ricorso. È quindi molto importante informare i ragazzi nati in Italia dei loro diritti", conclude Neri.


Ascolta l'intervista all'avvocato Livio Neri

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