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Caso Cucchi, verso la verità: fu omicidio

Contestato il reato di omicidio preterintenzionale ai tre carabinieri che arrestarono Stefano.


di redazione
Categorie: Movimento, Giustizia
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A otto anni dalla morte di Stefano Cucchi arriva la svolta nell’inchiesta bis aperta dalla Procura di Roma nel 2014. Ai tre carabinieri Di Bernardo, D'Alessandro e Tedesco, che arrestarono il giovane nell’ottobre del 2009, è contestato il reato di omicidio preterintenzionale. Fino ad ora erano stati quattro i gradi di giudizio risoltisi in assoluzione.

Cruciali sviluppi nel caso Cucchi a conclusione dell’inchiesta bis condotta dalla Procura di Roma, che aprì il fascicolo alla fine del 2014. L’inchiesta è stata condotta dal procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone e dal procuratore aggiunto Giovanni Musarò.
Ai carabinieri che arrestarono Stefano Cucchi il 15 ottobre 2009 è contestato il reato di omicidio preterintenzionale. Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, allora in servizio presso la stazione Appia, sono ritenuti i responsabili del pestaggio che, secondo l’accusa, causò a Cucchi "una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale" e che ne determinò la morte "unitamente alla condotta omissiva dei sanitari" in data 22 ottobre 2009.

I carabinieri cui viene contestato l’omicidio erano stati precedentemente indagati per lesioni personali aggravate. L’accusa nei loro confronti ora è anche quella di abuso di autorità, a causa delle “misure di rigore non consentite dalla legge” applicate all’atto dell’arresto, con l’aggravanti di aver “commesso il fatto per futili motivi”. Al maresciallo Roberto Mandolini, al carabiniere Vincenzo Nicolardi e allo stesso Tedesco, sono rivolte le accuse di calunnia e falso in atto pubblico nel verbale di arresto di Cucchi.

Da lesioni personali aggravate a omicidio preterintenzionale, da falsa testimonianza a calunnia: il drastico cambiamento del quadro di imputazione è dovuto al fatto che l’inchiesta ritenga infondata l’ipotesi di decesso per crisi epilettica, tesi sostenuta dai periti nominati dal gip in sede di incidente probatorio. In quel frangente, i consulenti del giudice stabilirono che non ci fossero correlazioni tra le lesioni e il decesso, ma per Ilaria Cucchi la perizia non lasciava dubbi sul fatto che si sarebbe arrivati ad un processo per omicidio.

La sorella di Stefano ha accolto la conclusione dell’indagine bis dichiarando il “bisogno di resistere e di non perdere mai fiducia nella giustizia”.
Secondo il legale della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo, intervenuto ai nostri microfoni, l’impianto accusatorio finalmente corrisponde a quello che l’accusa sostiene da sette anni. “Sono stati sette anni di sofferenza, di difficoltà gravi e di umiliazioni subite dalla famiglia Cucchi. Si tratta di una morte di Stato – sostiene l’avvocato – e in quanto tale è stata riconosciuta dalla Procura”. In un suo post su Facebook, Anselmo ha scritto “faremo finalmente i conti in un’aula di Corte d’Assise”.

Si apre da oggi un nuovo capitolo della vicenda giudiziaria che porterà il processo sul caso Cucchi ad una sentenza definitiva. Stando a quanto dichiarato da Fabio Anselmo “gli avvocati della difesa avranno 20 giorni di tempo per formulare eventuali richieste di integrazione probatoria, decorsi i quali l’atto dovuto della Procura sarà la richiesta al giudice di fissare l’udienza per il rinvio a giudizio”.

Fino ad ora ben quattro gradi di giudizio si erano conclusi con l’assoluzione. Il quadro di indagine dell’inchiesta bis si è spostato in maniera preponderante dai medici ai carabinieri. Per il legale della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo, le responsabilità di chi ha visto Stefano dopo il suo arresto sono facilmente individuabili: “Stefano è passato attraverso una catena di custodia di oltre 140 persone, pubblici ufficiali di vario titolo: medici, infermieri, agenti di polizia penitenziaria, carabinieri, magistrati e segretari di udienza. Purtroppo nessuno è intervenuto, e quel calvario – continua il legale – lo ha portato alla morte. Questo capo di imputazione e questa inchiesta fotografano perfettamente la situazione”.

Cristiano Capuano


Ascolta l'intervista a Fabio Anselmo

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