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Caso Cucchi, si riapre una speranza

Un carabiniere indagato per falsa testimonianza nell'ambito del processo bis.


di Alessandro Canella
Categorie: Giustizia
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Un carabinieri è finito nel registro degli indagati per falsa testimonianza nell'ambito dell'inchiesta-bis sulla morte di Stefano Cucchi, dopo l'assoluzione di polizia penitenziaria e sanitari. Il senatore Manconi: "Come volevasi dimostrare. I famigliari avevano ragione".

Chi credeva che sulla morte di Stefano Cucchi, il 31enne romano morto nel 2009 dopo un fermo, fosse stata scritta la parola fine con la sentenza di assoluzione degli impuntati nel processo d'appello, dovrà ricredersi.
La Procura della Repubblica di Roma ha infatti iscritto nel registro degli indagati per falsa testimonianza un carabiniere, che potrebbe essere solo il primo dei militari a finire sotto inchiesta nell'inchiesta-bis.
Una buona notizia per la ricerca della verità sulla morte del giovane, dopo che i tribunali avevano riconosciuto i pestaggi subiti da Cucchi, ma non avevano individuato i responsabili.

La notizia è stata accolta con favore da Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, che fin dal principio ha condotto una strenue battaglia per avere verità e giustizia sulla morte del fratello. Affiancata dall'avvocato Fabio Anselmo, la famiglia Cucchi non ha abbandonato la determinazione e la speranza, sottolineando i buchi e le mancanze delle indagini precedenti e continuando a lavorare sul piano legale.

Ad esprimere soddisfazione per le novità sul caso è anche il senatore Pd Luigi Manconi, da sempre attento a temi che attengono i diritti umani.
"Come volevasi dimostrare - afferma Manconi - Dunque avevano ragione Ilaria, Rita e Giovanni Cucchi, e quanti hanno sostenuto la loro iniziativa in questi lunghi e dolorosi anni, a chiedere nuove e approfondite indagini sulla morte di Stefano Cucchi, avvenuta il 22 ottobre 2009.
Ai nostri microfoni, Manconi ricostruisce anche parte della vicenda, sottolineando che le indagini che avevano portato al processo non avevano preso in considerazione i primi momenti del fermo del giovane, quando fu tradotto in una caserma dei carabinieri.

Le sentenze emesse, però, non avevano negato gli abusi e le violenze subite dal giovane e ciò ha consentito di approfondire con nuove indagini tutti gli elementi finora trascurati.
Il senatore ricorda anche che un'indagine interna della polizia penitenziaria indicò nei carabinieri i soggetti da sentire per capire cosa avvenne e, dunque, trova che sia giusto che l'inchiesta-bis cerchi di fare luce su tutte le fasi della vicenda.

"Fin dal primo momento - ricorda Manconi - la famiglia, con una passione, un'intensità e un'intelligenza non comuni, chiese che si indagasse in tutte le direzioni". Per il senatore, dunque, la determinazione della famiglia, come è avvenuto anche nel caso della morte di Federico Aldrovandi, è stata determinante nella strada per arrivare alla verità.


Ascolta l'intervista al senatore Luigi Manconi

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