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Casa, quando il democristiano La Pira requisiva le case sfitte

Il sindaco Dc di Firenze che contrastò l'emergenza abitativa requisendo le case vuote.


di Alessandro Canella
Categorie: Casa
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Requisì case sfitte ma non era un antagonista. L'esperienza di Giorgio La Pira, sindaco democristiano di Firenze, dimostra che c'è un modo più coraggioso ed umano di affrontare l'emergenza abitativa. Un abisso tra l'operato di uno dei padri costituenti e il Piano Casa di Renzi o la ferocia delle dichiarazioni di Merola, che vuole "sgomberare tutto".

Requisire le case vuote e darle a chi vive sulla propria pelle l'emergenza abitativa. È una richiesta del movimento per il diritto all'abitare, in particolare di Asia Usb, ma è anche una provvedimento concreto messo in atto da Giorgio La Pira, sindaco democristiano di Firenze nella metà degli anni '50 del secolo scorso.
Giusto ieri Social Log ha risposto alle accuse dell'assessore al Welfare Amelia Frascaroli, di storia e tradizione cattolica, utilizzando una frase di Don Milani . Se si ricostruisce la storia di La Pira, dunque, si conferma un insolito asse tra gli antagonisti e alcuni esempi del cristianesimo sociale.

Era la Firenze del Dopoguerra, affamata e piegata dal conflitto e dal passaggio dei nazisti e degli alleati. L'emergenza abitativa era una delle questioni più calde. Il sindaco La Pira, che fu anche padre costituente, decise di affrontare il problema seguendo un doppio binario: da un lato attraverso un vasto programma di costruzione di alloggi popolari, dall'altro cercando di frenare il problema degli sfratti.
Dopo aver chiesto una graduazione degli sfratti per poter governare l’emergenza, e non aver ottenuto risposta positiva, La Pira si rivolse ai proprietari, chiedendo di affittare al Comune un certo numero di abitazioni non utilizzate. In mancanza di una disponibilità in tal senso, ordinò la requisizione degli immobili stessi, basandosi su una legge del 1865 che dà la facoltà al Sindaco di requisire alloggi in presenza di gravi motivi sanitari o di ordine pubblico.

Non solo. "Il sindaco si rifece anche all'articolo 3 della Costituzione e agli articoli, tanti invisi ai liberisti, che vanno dal 41 al 43 e che affermano che l'iniziativa privata non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana", spiega ai nostri microfoni Vincenzo Simoni, memoria storica dell'Unione Inquilini di Firenze e conoscente di La Pira.
Simoni ricorda anche che quella degli alloggi sfitti non è stata l'unica requisizione del primo cittadino democristiano. Ci fu anche la requisizione di una fabbrica, la Fonderia delle Cure, che era stata occupata dagli operai, in modo da poter trattare in posizione di forza con la proprietà.

"Anche negli anni recenti - ricorda Simoni - abbiamo avuto esempi di requisizione di alloggi per fronteggiare l'emergenza abitativa. In particolare in tre Municipi di Roma, che evidentemente non è la Roma attuale, Sandro Medici guidò un'operazione che portà alla requizione temporanea, in vista di una sistemazione definitiva, di 280 case. Il Consiglio di Stato diede ragione all'operazione, bocciando i ricorsi".
Per l'anziano militante, quindi, la legge permetterebbe anche oggi di intervenire, ma quel che manca è la volontà politica. "Il gettito delle tasse sulla casa è cresciuto in pochi anni da 10 a 30 miliardi, ma nessuna risorsa è stata destinata ad un piano di edilizia popolare", osserva Simoni.

L'affetto per il democristiano La Pira anche da parte del mondo della sinistra è ancora palpabile e Simoni non ci sta alle recenti attribuzioni indebite. "Matteo Renzi ha fatto una tesi di laurea su La Pira - ricorda l'attivista - ma è quanto di più lontano da quell'esperienza e quella visione sociale".
Ed è proprio sul tema della casa, infatti, che si evidenziano colossali differenze. Il governo Renzi è autore del Piano Casa, al cui articolo 5 prevede il distacco delle utenze per le occupazioni, lasciando le persone senza acqua, gas e luce. Un abisso ideologico con quello che l'operato di La Pira.

Tra i compagni e i militanti della sinistra italiana si usava spesso un'espressione, "morire democristiani", che manifestava il rifiuto di omologarsi all'idea e al gruppo di potere dominante per lunghi decenni nel Paese. Alla luce di quanto sta accadendo oggi in Italia, il paradosso è che le compagne e i compagni potrebbero rimpiangere quelli che ieri furono i loro acerrimi nemici. Non vorremmo arrivare a dire: "Morire democristiani? Magari!".


Ascolta l'intervista a Vincenzo Simoni

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