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Carceri: pochi psicologi, tanti psicofarmaci

Allarmante il dato sul consumo di psicofarmaci nelle carceri italiane.


di redazione
Categorie: Sanità, Carcere, Giustizia
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I dati sul consumo di psicofarmaci nelle carceri italiane sono allarmanti. Più della metà dei detenuti è sotto terapia da psicofarmaco e quasi il 75% ricorre agli psicofarmaci nella cosidetta 'terapia serale'. Cronica la mancanza di personale sanitario e psicologi. A chiudere il quadro il numero dei suicidi dietro le sbarre, che superano i 260 negli ultimi cinque anni.

Non solo sovraffolamento, condizioni di vita indegne e una carenza diffusa di misure alternative. Di carcere, si sa, si può anche morire. I dati che emergono sul consumo di psicofarmaci dietro le sbarre, rivelano, una volta di più, le condizioni di una realtà alienante, insopportabile.

Le cifre parlano da sole. Più della metà degli oltre 52mila detenuti in Italia "ha una diagnosi psichiatrica, quindi prende psicofarmaci"."Sono numeri enormi", commenta ai nostri microfoni Alessio Scandurra dell'associazione Antigone.
Si tratta però di statistiche che non esauriscono il fenomeno. Quasi il 75% dei detenuti, infatti, ricorrerebbe agli psicofarmaci anche fuori da terapie e prescrizioni.

Se il consumo di psicofarmaci al di fuori delle cure è difficile da quantificare, le testimonianze di operatori e detenuti, raccolte qualche giorno fa su L'Espresso da Arianna Giunti, rivelano un quadro di abuso diffuso, che spesso porta alla dipendenza. E le cui conseguenze si fanno sentire anche nel lungo periodo.

A pesare, oltre alla carenza di spazi vitali, di attività all'interno delle strutture e di misure alternative, è anche il peronale specializzato. Secondo i dati diffusi dalla Società Italiana di Psicologia Penitenziaria, le ore di sostegno psicologico ai detenuti ammontano a 105mila. Che diviso i 52mila detenuti e le 52 settimane dell'anno, si traducono in due minuti e mezzo per persona a settimana. "L'uso di psicofarmaci - spiega Scandurra - Ne è conseguenza".

Quella del carcere, osserva ancora Scandurra, "È una condizione esistenziale ansiogena, una condizione di vita totalmente innaturale"."C'è una fetta di persone che non ha una condanna definitiva e quindi non sa quale sia la sua prospettiva di vita per il futuro immediato, o anche chi ha una condanna definitiva è sempre in attesa di una risposta su una misura alternativa".


Ascolta l'intervista ad Alessio Scandurra

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