Domani in Parlamento britannico si esprimerà sull’accordo per la Brexit, ma la settimana scorsa la maggioranza è già andata sotto tre volte. I partiti sono spaccati al loro interno, così come il Paese. La fotografia della situazione nelle parole del giornalista britannico Philip Willan.

Il 29 marzo 2019 è stato fissato dalla premier britannica Theresa May come il giorno in cui il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea, facendo seguito al voto popolare espresso nel referendum del 23 giugno 2016. Dopo quasi tre anni di trattative tuttavia, molti nodi sembrano permanere ancora irrisolti e la possibilità di definire un accordo si fa sempre più ardua, come dimostra il fatto che la maggioranza la settimana scorsa è andata sotto tre volte.

“Il governo di Theresa May ha enormi problemi in Parlamento – spiega ai nostri microfoni Philip Willan, giornalista freelance britannico, da anni residente a Roma – Già ha una maggioranza molto esigua, che dipende da parlamentari dell’Irlanda del Nord, che sono infuriati per le possibili conseguenze di Brexit nei rapporti tra Irlanda del Nord ed Eire. In più, il suo partito è diviso al suo interno su quale forma di Brexit conviene di più alla Gran Bretagna”.

In questo contesto, dunque, sembra praticamente impossibile che May riesca ad ottenere l’approvazione del parlamento all’accordo che ha negoziato con Bruxelles.
Non è un caso, quindi, che ieri May abbia lanciato un ultimatum ai Tories: “O il mio accordo o la prospettiva di elezioni anticipate, con il possibile arrivo a Downing Street del leader laburista Jeremy Corbyn e niente Brexit.

Il voto al referendum ha spaccato il Paese, non solo tra chi vuol rimanere e chi vuol uscire, ma anche tra chi vuol uscire senza compromessi e chi vuol invece mantenere buoni rapporti col continente: “La scelta al referendum era una scelta netta, fra uscire dall’Unione Europea o rimanere all’interno – osserva Willan – Invece nella realtà ci sono tutta una serie di gradazioni di uscita che hanno reso la questione dell’uscita assai intricata”. Persino i partiti, conferma il giornalista: “sono divisi al loro interno”. Emblematico è il caso dei due fratelli Johnson, Boris e Jo, entrambi usciti dal governo ma per ragioni opposte: uno voleva una “hard Brexit”, l’altro un accordo più morbido.

Impossibile, allo stesso tempo, sembra essere prevedere quali saranno le conseguenze del mancato accordo; se da un lato c’è chi minimizza ed anzi promette che “il commercio sarà come prima, i tribunali britannici recupereranno il controllo dei rispettivi settori”, con la promessa di una nuova età dell’oro, sostenendo che “le voci di conseguenze disastrose sono semplicemente terrorismo politico, minacce infondate”; queste altre, invece, preconizzano scarsità di medicinali o camion bloccati nei porti. In definitiva Willan sostiene che: “C’è una situazione di grandissima incertezza e anche, per molti, paura di trovarsi significativamente impoveriti come conseguenza di questa scelta”, dal momento che “tutte queste sono previsioni di cui non si potrà sapere finché non si passa per quella strada”.

Elias Deliolanes

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