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Bosnia, la memoria su base etnica che fomenta i nazionalismi

A vent'anni dalla fine della guerra la politica soffia ancora sulle divisioni etniche.


di Alessandro Canella
Categorie: Esteri, Storia
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La contestazione al premier serbo Vucic

A vent'anni dalla guerra di Bosnia, la memoria del conflitto è divisa su base etnica, anche a causa dell'assetto dato al Paese dall'accordo di pace di Dayton. Ciò presta il fianco ai nazionalismi, che soffiano sulle divisioni e lasciano irrisolte le tensioni prodotte dalla guerra. A spiegarlo è uno studio di Maja Musi, ricercatrice dell'Università di Gent.

Sabato scorso il premier serbo Aleksandar Vucic è stato costretto ad abbandonare la commemorazione a vent'anni dal massacro di Srebrenica a causa del lancio di sassi e bottiglie da parte di cittadini bosniaci. Era la prima volta che un premier serbo si recava di persona al memoriale per commemorare i morti della cittadina durante il conflitto scoppiato nel 1992 e conclusosi tre anni dopo.
Per capire perché quello che poteva rappresentare un passo in avanti verso la strada della pacificazione non è stato invece apprezzato da una parte della popolazione, occorre analizzare cos'è successo in Bosnia dall'accordo di pace di Dayton del 21 novembre 1995 ad oggi.

Uno spunto di riflessione arriva dal lavoro di Maja Musi, ricercatrice dell'Università di Gent, che nel suo studio “(Re)constructions – Armed conflicts, cultural heritage, (inter)national policies and local practices of memorialization in Sarajevo, Bosnia and Herzegovina”, analizza la costruzione della memoria post-bellica nella capitale bosniaca.
La memoria del recente conflitto viene costruita con forti connotazioni etniche – spiega Musi – quindi come memoria di particolari gruppi etnici, in contrapposizione, con interpretazioni divergenti su quello che è successo, su cause, dinamiche e responsabilità”.
In tutto ciò gli accordi di pace di Dayton hanno avuto un grande ruolo perché, con l'urgenza di fermare il conflitto, hanno semplicemente cristallizzato la divisione territoriale tra serbi, croati e bosgnacchi (i bosniaci musulmani), incentrando l'assetto politico sull'identità etnica.

I monumenti, dunque, vengono costruiti in modo divisivo. “Il principale memoriale di Sarajevo – racconta la ricercatrice – da una parte definisce la guerra come una guerra di difesa della Bosnia Herzegovina dall'aggressione (delle altre componenti ndr), dall'altra contiene una serie di riferimenti simbolici alla cultura e alla fede islamica, quindi c'è un'implicita sovrapposizione di fatto dello Stato con la comunità dei musulmani”. È così, ad esempio, che l'architettura del memoriale è in stile islamico e le lapidi sanciscono la divisione tra “shahid” (i combattenti musulmani, letteralmente “testimoni della verità”) e “combattenti caduti” (tutti gli altri). “In questo modo si ripropone una differenza tra combattenti musulmani e non musulmani: un'identificazione etnica che viene perpetrata”, spiega Musi.

Prima della guerra esisteva un'identificazione dei diversi gruppi che abitavano in Bosnia, nel quadro più ampio della Jugoslavia, ma la guerra ha accentuato questa polarizzazione di identità in quanto identità etniche, rendendole centrali.
“Questo, unito all'assetto organizzativo dato al Paese dall'accordo di Dayton -  sostiene la ricercatrice – fa sì che non rimanga spazio per la costruzione di una memoria e di un'identità che non siano etniche. L'effetto dunque è lo spostamento dal conflitto armato al conflitto di memoria”.
La conseguenza più pericolosa di tutto ciò è il proliferare dei nazionalismi, che rischiano di tornare a far salire la tensione tra gruppi che potrebbero convivere in pace.

L'accordo di Dayton, dunque, serviva per fermare il conflitto, ma la suddivisione etnica del potere sancita dalla Costituzione ha già evidenziato i propri limiti. In Bosnia, infatti, la presidenza è composta da tre membri, ciascuno in rappresentanza delle etnie coinvolte nel conflitto: serbi, croati e bosgnacchi. Per altre minoranze presenti nel Paese, come i rom e gli ebrei, l'accesso alla rappresentanza politica è quindi negato. Non è un caso che Dervo Sejdic e Jacob Finci, esponenti rispettivamente della comunità rom ed ebraica, abbiano vinto la causa intentata in sede internazionale contro la Bosnia Herzegovina.
“In Bosnia quindi – osserva Musi – c'è una questione irrisolta. Fermato il conflitto con l'accordo di Dayton, servirebbe riformare il sistema, attualmente configurato su delle fratture, ma organizzato in modo da consentire che i vari gruppi non collaborino”.


Ascolta l'intervista a Maja Musi

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