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Bombino, la musica della ribellione

L'artista Tuareg ospite di Pandemonium


di Mariagrazia Salvador
Categorie: Pandemonium
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Bombino è un musicista che viene dal Niger. Prima del concerto ci ha raccontato la sua storia, fatta di esilio, di violenza e di molta musica che a volte può essere un'arma di salvezza. L'audio dell'intervista in fondo all'articolo.

Fargli certe domande non è stato facile, ma la musica di Goumar Almoctarm (il suo vero nome) è importante anche per questo. Arriva in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi anni un'ondata di musica dall'Africa che sta contagiando i nostri ritmi.

Bombino canta in Tamashek, la lingua dei Tuareg, parole lontane che però riescono a comunicare molto di un vissuto che per molti, come dice il musicista, è sconosciuto. Una lingua che parla di una popolazione che ha una storia, una storia fatta anche di normalità, non solo di ribellioni. Fino agli anni '90 era come se si fosse convinti che non ci fosse nessuno in quei territori e grazie all'apertura a questi artisti finalmente, attraverso la musica, le storie di queste persone cominciano a prendere forma nel nostro immaginario.

Ecco l'intervista, l'audio per ascoltarla è in fondo all'articolo.

1. Chi è Bombino e da dove viene

Vengo dall’Africa dell’Ovest, per la precisione dal Niger, da Agadez. Faccio parte di un popolo che viene chiamato Tuareg o Kel Tamashek. Viviamo nel deserto. Sono innamorato della chitarra sin da quando ero bambino. Ecco la mia storia. Mi fa piacere parlarne.

2. Sei il protagonista di un documentario che si chiama Agadez, the Music and the Rebellion.
Cosa significa ribellione per te? E quali sono state le conseguenze nella tua vita e nella tua musica?

Sapete, quando ero piccolo, avevo 10 o 12 anni, è scoppiata la prima rivolta in Niger, parlo del 1990-1991. E’ stato in quel momento che mi sono rifugiato con la mia famiglia a Tamanghasset, in Algeria. Lì ho avuto il mio primo contatto con la chitarra, perché avevo dei cugini che passavano da noi per suonare a casa nostra. Io aspettavo che lasciassero la chitarra, la prendevo e andavo a nascondermi per provare a suonare qualcosa. Per quanto riguarda la ribellione, potrei dire che se non ci fosse stata non avrei mai avuto un approccio alla chitarra. Detto questo, ci sono molte conseguenze nella ribellione, mi riferisco a tutte quelle cose che non andavano bene durante la guerra, ma io in quel momento ero giovane. Dopo quattro anni la ribellione è finita, ci sono stati degli accordi nel 1995 e noi siamo tornati a casa.

Quando la gente vuole rivoltarsi o semplicemente reclamare qualcosa utilizza la musica. La musica è il mezzo più immediato, perché può arrivare dappertutto. Ci sono molti Tuareg nei 5 paesi intorno al Niger, per me è normale che le persone utilizzino questo strumento per migliorare le cose. Ad esempio se pensate ad Agadez, il posto dove sono nato, ci sono molte società d’estrazione mineraria straniere, molte società petrolifere, ci sono molte ricchezze insomma, ma non siamo neanche capaci di risolvere il problema dell’acqua. Le società straniere sono lì a prendere le nostre ricchezze e noi siamo là per denunciarlo. Non è perché Agadez è nel deserto che non deve approfittare delle sue risorse.

Nel 2007 c’è stata un’altra ribellione e siamo andati via da Agadez nuovamente. In quel momento mi sono gestito, avevo 27 anni, non era come la prima volta quando ero piccolo, piangevo perché avevo lasciato tutti i miei amici. Poi si è marciato per la pace e alla fine la pace c’è stata. Ci sono molte cose che sono scomparse a causa delle guerre intorno al Niger, la Libia, il Mali. Preghiamo tutti i giorni perché le guerre finiscano, perché il Niger ha la grande risorsa del turismo, come la Libia e il Mali d’altronde. E nel settore del turismo sono i Tuareg che gestiscono tutto, perché conoscono il deserto. Oggi non è possibile lavorare con il turismo, non è facile insomma, bisogna dire la verità.

3. Durante una ribellione Tuareg nel 2007 il governo bandì l'uso delle chitarre. Perchè secondo te? Inoltre due componenti della tua band furno uccisi, come mai?

Sapete, non tutti i governi sono “onesti” e la musica svolgeva il ruolo di incoraggiare la gente. Gli artisti sono là per dire la verità, per raccontare quello che succede ad Agadez. I miei amici, di cui parli, erano partiti per andare a fare un concerto ad un matrimonio perché laggiù gli artisti vivono suonando ai matrimoni. Si sono imbattuti nei soldati governativi, che hanno pensato che fossero dei ribelli, senza neanche controllargli i documenti e li hanno uccisi. Ecco cosa è successo.

Rispetto alla ribellione del 2007 c’è da dire che la gente ha molto sofferto, ha ben chiara la lezione del 1990 e nessuno vuole rivivere quella situazione. Per me la ribellione del 2007 è qualcosa di organizzato, potrei anche dire che è il governo che l’ha organizzata per mantenere il paese in una situazione d’instabilità, perché in questo modo ci sono altri aiuti europei o, non so, americani. Quello che posso dire è che la popolazione non voleva la guerra. In quel momento io ero in Niger, la gente stava bene, viveva di turismo, tutti avevano da mangiare. Dal 1995 fino al 2006 tutto andava bene. Poi il governo ha messo in moto tutto quello che è successo. Ma insomma, quello che posso dire è che non mi auguro che ci siano nuove guerre. Non è perché viviamo nel deserto che ogni dieci anni deve esserci una ribellione, senza alcun appoggio della popolazione, senza informare nessuno. Se il governo ha dei problemi con delle altre persone, questo non vuol dire che ha dei problemi con i Tuareg, ed è questo che la gente deve comprendere. Non è che se qualcuno ruba del denaro, in automatico il governo deve accusare i Tuareg. La nostra comunità è esattamente come tutte le altre comunità, c’è della brava gente e della cattiva gente. Io penso che in questo momento il nome Tuareg sia associato al terrorismo e alla ribellione, mentre i Tuareg non ne sanno nulla. Il terrorismo viene dall’Asia, o non so dove, ma noi non conosciamo il terrorismo.

4. Cosa significa per te cantare nella tua lingua, la lingua dei Tuareg?

Per me è un onore. Non è per cercare la guerra, lo faccio solo perché la gente comprenda che in queste popolazioni c’è una storia, fino agli anni ’90 era come se si fosse convinti che non ci fosse nessuno in quei territori. E invece lì la gente ci vive bene, fa degli scambi, e non c’è un concetto di territorio. Io cerco di raccontare questo.

Per me è un onore cantare nella mia lingua, perché ovunque io vada la gente mi chiede che lingua sia e capisce che è il Tamashek, la lingua dei Tuareg. Abbiamo molta, molta fortuna a poter fare delle tournée nel mondo intero, non tutti i gruppi hanno avuto la possibilità di farlo.

5. Che ruolo ha per te il rock?

Il rock, per me, semplicemente fa ballare. E’ questo che ho in testa. E quando si balla, anche con un nemico, questo non è più un nemico, diventa un fratello. Quindi è molto importante il rock.

6. La collaborazione con Dan Auerbach dei Black Keys come ha influenzato la tua musica?

La connessione con Dan Auerbach è iniziata con il nostro primo disco, nel 2004, ma in quel momento eravamo ancora una band locale, non facevamo tournée. Quando abbiamo fatto il nostro secondo album, che si chiama Agadez, abbiamo avuto la possibilità di uscire e andare in Europa o in America. E’ stato in quel momento che ci si è detto che c’era una possibilità di vedersi per parlare di progetti comuni, perché lui aveva voglia di fare qualcosa con noi. Il problema è che non parla francese, ma Eric, il mio manager che sta a new York parla francese. Quindi si sono messi d’accordo per capire quale fosse il momento migliore per andare da lui e costruire un progetto di lavoro insieme. Lui era d’accordo che passassimo qualche settimana da lui, e così siamo andati da lui. Ha un grande studio. Non è il genere di studio che conosco, da appartamento diciamo. E’ uno studio areato, spazioso, non senti la pressione di essere in uno studio di registrazione. Ci siamo messi lì, abbiamo registrato, abbiamo messo da parte il materiale, di giorno in giorno, sino a che abbiamo deciso di chiamare il disco Nomad, perché abbiamo fatto un viaggio da nomadi, lasciando Agadez per arrivare a Nashville.

7. E' giusto secondo te definire il tuo un genere che viene dal deserto e che si mescola con la musica americana ed europea?

Si, la mia musica, anzi la musica del deserto è aperta a tutti perché è una musica che per troppo tempo è rimasta sconosciuta. Vi racconto una storia. Il maestro Andrau per sentirsi a suo agio e per sentirsi ispirato dalle sue idee e attraverso gli scambi tra sé e la sua chitarra, per suonare della musica va nel deserto, perché non c’è nessun disturbo, e non si disturba nessuno.


Riascolta l'intervista a Bombino

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