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Servirà a qualcosa tutta 'sta sociologia?


di Matteo Bortolini
Carletto se la ride leggendo del PD
Carletto se la ride leggendo del PD

Qualche volta, di fronte alle centinaia di pagine che gli dò da studiare, i miei studenti mi chiedono: ma a cosa serve la storia del pensiero sociologico? Oggi sono in grado di spiegarvelo. Émile Durkheim diceva che possiamo individuare una norma morale grazie al sentimento di diffusa indignazione che ne accompagna la violazione. Secondo questa definizione, condannare una persona a 15 anni di galera per “devastazione” è perfettamente morale, visto che solo una piccola e rauca minoranza si è indignata, così come è morale condannare un poliziotto a 3 anni per aver ucciso un ragazzo indifeso sul ciglio di una strada.

Durkheim diceva anche che la Francia dei primi del Novecento non aveva ancora elaborato la morale laica di cui aveva bisogno, vista la crudeltà e l’inutilità della morale cattolica tradizionale. Che avrebbe detto, lo zio Émile, all’assemblea del PD dell’altro giorno di fronte alla ridicola bagarre su un documento che proponeva al più grande partito di “centrosinistra” di sostenere politiche che ormai sono all’ordine del giorno ovunque nel mondo? Max Weber, che era un po’ più cattivo, diceva che di quando in quando il rinnovamento della società avviene grazie alla comparsa di personaggi dotati di un carisma straordinario, capaci di trascinare le folle dietro a progetti maestosi. Poveretto, lo zio Max, chissà che articolo avrebbe scritto sul dualismo Grillo-Pizzarotti, e chissà che tristi pagine sulla burocrazia avrebbe dovuto vergare guardando, anche lui, la triste assemblea del PD, dove le idee sono sempre e solo soffocate da cavilli procedurali, norme interpretative e sotterfugi da furbetti del quartierino. Ma tra i classici della sociologia quello che più ci aiuta a comprendere l’Italia del 2012 in cui il PD si appresta a tornare al governo col sostegno di clericali, tribunali fascisti e intellettuali leccaculo, è Carlo Marx. Non per le sue tirate sullo sfruttamento dei lavoratori, e neanche per la sua spiegazione materialistca delle ideologie che ci tengono inconsapevolmente inchiodati a schemi di pensiero indegni e crudeli. Non per l’utopia del comunismo, non per la tragedia che si trasforma in farsa, non per l’immagine del mondo come immane distesa di merci. Non per tutte queste cose, pur interessanti, e soprattutto vere. Ma perché chiamava i suoi avversari filosofici con il simpatico epiteto di “cani morti”. Ecco, noi italiani di oggi siamo cani morti. Cani. Morti.

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Tags: Terrorismo

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