Radio Città Fujiko»Blog

Musica e Celluloide - rapporti difficili

incontri/scontri fra musica e settima arte, ovvero quando esigenze filmiche e musicali entrano in rotta di collisione, o quasi.


di redazione
205508-good.jpg

In non pochi casi, nell'ambito delle colonne sonore, ma anche ai tempi del muto, quando gli accompagnamenti musicali venivano realizzati dal vivo, registi e compositori, a causa di visioni diametralmente opposte se non comunque contrastanti, sono arrivati praticamente ai ferri corti, generando fratture clamorose che finiscono col condizionare, talvolta pesantemente, l'esito finale.

Sull'argomento, ovvero sulle gioie e soprattutto, i dolori, di un compositore di musica da film, si espresse già, ironicamente ed efficacemente, in una pubblicazione uscita nel '59, ma che raccoglieva scritti degli anni precedenti,, Leonard Bernstein, nel capitolo "Sala missaggio", tratto dal suo libro "La gioia della musica", a proposito delle musiche da lui composte, in quel periodo, per "Fronte del porto" ("On the waterfront" - '54) di Elia Kazan e dalle quali trasse, in seguito, una fortunata suite da concerto. La storia della musica da film, è costellata sì da sodalizi felici fra regista e compositore, come Eisenstein/Prokofiev, Antonioni/Fusco, Fellini/Rota, Leone/Morricone (anche se quest'ultimo, ironicamente, dichiarò di aver fatto ricorso, talvolta, alla cosiddetta "vendetta del compositore", utilizzando procedimenti armonicamente complessi nel creare melodie apparentemente semplici ed orecchiabili), Spielberg/Williams, Lucas/Williams, soltanto per menzionarne alcuni, mentre già più tormentato fu quello Hitchcock/Herrmann, chiusosi burrascosamente quasi al termine della realizzazione de "Il sipario strappato" ("Torn curtain" - '66), con, alla fine, inserite musiche composte in fretta e furia da altra mano, ovvero John Addison, amico britannico del regista. Abbiamo poi il caso di Charlie Chaplin, ufficialmente anche autore delle musiche dei suoi film, in realtà più farina del sacco dei suoi collaboratori (David Raksin, Edward Powell, Alfred Newman). Tra le vittime illustri del mondo della celluloide, vi sarebbe pure il compositore brasiliano Heitor Villa-Lobos, che si ritirò dalla realizzazione di un film di Mel Ferrer, "Green mansions", del '59 (con Anthony Perkins, Audrey Hepburn e Lee J. Cobb, fra gli altri interpreti), inorridito dagli stravolgimenti attuati sulle sue musiche, lasciando così il campo libero all'altro compositore ingaggiato assieme a lui, Bronislau Kàper e riutilizzando successivamente queste sue musiche, nella cantata per soprano, coro maschile ed orchestra, "Floresta do Amazonas" (informazioni più dettagliate su tutto ciò, le si può trovare anche su Wikipedia). Ma anche in Italia, persino già all'epoca del muto, non sono mancate controversie, in tale ambito, come stiamo per vedere.

Agli inizi degli anni '30 del secolo scorso, alcuni emissari politici di Mussolini, commissionano un film, divenuto poi un piccolo caso nella storia del cinema del ventennio fascista, al regista tedesco Walther Ruttmann, affidando il soggetto a Luigi Pirandello, il quale lo trasse da un suo racconto, "Giuoca, Pietro". La sceneggiatura è dello stesso Ruttmann, con l'apporto non accreditato di Mario Soldati. Il film, sonoro, avente come produttore esecutivo Emilio Cecchi per la Cines-Pittaluga, con la fotografia in b/n di Massimo Terzano, il montaggio di Ruttmann e Giuseppe Fatigati, le scenografie di Gastone Medin, ha come interpreti attori non professionisti, presi dalla vita di tutti i giorni, risultando in questo modo quasi antesignano dell'estetica neorealistica del dopoguerra (personaggi ed interpreti: Mario Velini/Piero Pastore, Pietro/Vittorio Bellaccini, suo padre/Alfredo Polveroni, Gina/Isa Pola -doppiata da Andreina Pagnani-, Emma Ricci/Olga Capri; altri interpreti: Romolo Costa, Romano Calò, Domenico Serra, Giovanna Scotto) ed ha una durata complessiva di circa 1 ora e10'. La trama, invero assai esile, si riduce a questo: 2 operai delle acciaierie di Terni, in Umbria, Mario e Pietro, sono rivali in amore. Pietro muore in un incidente sul lavoro e Mario viene ingiustamente sospettato di esserne colpevole, dai compagni di lavoro. In preda ad assurdi sensi di colpa, ha una crisi, ma poi, confortato dall'amore di Gina, la donna precedentemente contesa, si riprende e torna al lavoro. Nella estetica prettamente documentaristica di Ruttmann, una trama già in partenza così flebile, si riduce a mero pretesto per mostrare al pubblico di allora, le durissime condizioni di lavoro degli operai delle acciaierie, la brutalità della vita cittadina contrapposta all'idilliaca atmosfera campagnola, con dei criteri nettamente in anticipo sui tempi. Proprio per questo, il voler privilegiare la vita di fabbrica rispetto al dramma, il film risultò, alla fine, sgradito sia alle autorità che al pubblico dell'epoca, con pessimi risultati al botteghino, fin dalla sua uscita, avvenuta il 31 marzo 1933. Già durante la lavorazione, non pochi erano stati i problemi con susseguenti rallentamenti: incomprensioni, peraltro prevedibili, tra il regista e Pirandello, manie di grandezza della compagna di quest'ultimo, Marta Abba, che pretendeva la parte della protagonista femminile, in aggiunta ad un assistente del regista che, durante le riprese, trafugò un paio di rullini di pellicola, dileguandosi subito dopo. Ma, ciliegina sulla torta, problemi anche per la parte musicale, affidata al compositore veneziano Gian Francesco Malipiero (1882-1973) e prima delle sue 2 uniche esperienze cinematografiche (quella successiva sarà per un documentario del '48 di Francesco Pasinetti, andato perduto, "Il giorno della salute") e parecchio infelice, almeno dal suo punto di vista, con le musiche dirette, per l'occasione, da Mario Rossi. Difatti, man mano che la lavorazione del film, iniziata nel '32, proseguiva, il regista decideva di sostituire un numero sempre maggiore di brani composti dal musicista veneziano, con canzoni popolari, arrivando anche a rimaneggiare quelli superstiti, suscitando il disappunto dello stesso Malipiero. Quest'ultimo, successivamente riorganizzò queste musiche in 2 serie di lavori orchestrali, riadattandole per la sala da concerto: le 7 invenzioni per orchestra, del 14 aprile 1933 (con prima assoluta al Teatro Augusteo di Roma il 24 dicembre di quell'anno) e le 4 invenzioni per piccola orchestra, sempre del '33 (con prima assoluta alla Schauspielhaus di Dresda, l'11 novembre 1936). Inoltre, fu la necessità di dissociarsi dal progetto cinematografico, che lo portò a dichiarare nel '52 che: "Le 7 invenzioni non furono composte per un film, ma composte così come sono nella partitura e successivamente adattate per il film, più o meno automaticamente. E' strano che, nonostante il patema causatomi dalla collaborazione, questo lavoro mi sia particolarmente caro, quasi come un lieto ricordo, quando, in realtà, non è nulla del genere." Ricerche da parte di studiosi, come Paolo Pinamonti, Fabrizio Borin e Paolo Cattelan, avvenute negli anni '80, così come lo studio degli abbozzi lasciati dal compositore, hanno dimostrato esattamente il contrario, ovvero che la musica è stata inizialmente composta per il film e solo successivamente adattata e riorganizzata per la sala da concerto. 

Per quel che concerne le 4 invenzioni per piccola orchestra, dalle atmosfere rustiche ed arcaiche, poichè previste per le scene campagnole e relative alla vita contadina, all'interno di una locanda e ad una sagra paesana, rigettate in toto dal regista, in seguito vennero pure ripudiate dal suo autore, tant'è che la prima italiana avvenne postuma, nel '91, proprio con i medesimi interpreti dell'incisione proposta nel mio programma.                                          Ma tracce di "Acciaio", si possono rinvenire in altri 2 lavori successivi di Malipiero: Macchine, per 14 strumenti (ottavino, fagotto, corno, tromba, triangolo, tamburello basco, grancassa, carillon, celesta, xilofono, pianoforte, arpa, violino e contrabbasso), ideata per il 30° anniversario dell'I.R.I. (Istituto per la Ricostruzione Industriale) e terminata ad Asolo il 14 ottobre '63, con partitura apparsa, quello stesso anno, nel n.6 della rivista "Civiltà delle macchine" (assieme a quella dell'altra composizione commissionata, ovvero la "musica di ottoni" di Goffredo Petrassi e con tanto di presentazione a cura del critico musicale Leonardo Pinzauti), musica dalla quale è poi derivato il concerto per pianoforte ed orchestra n.6 "delle macchine", terminato sempre ad Asolo, l'8 settembre '64 (con prima all'Auditorium della Conciliazione in Roma, il 5 febbraio del '66).

Altro caso noto d'incomprensione fra regista e compositore, fu quello relativo ad un celeberrimo film dell'epoca del muto, "Cabiria" (1914). Questa pellicola, concepita come una grandiosa epopea della 2^ guerra punica (dal 219/218 A.C. al 201 A.C.), in oopposizione al clima di crescente fervore patriottico, generato dall'occupazione italiana della Libia, avvenuta fra il 1911 ed il '12 e dal desiderio del governo di ritornare agli antichi fasti romani, venne realizzata da Giovanni Pastrone (1882-1959). Questi era un tecnico cinematografico qualificato, al quale necessitava un nome importante in ambito artistico, al fine di promuovere il suo film. A questo scopo scelse il poeta e scrittore Gabriele D'Annunzio (pseudonimo di Gabriele Rapagnetta / 1863-1938), in virtù del suo essere un personaggio di culto, celebre anche per il suo particolare stile di vita, il quale contribuì al testo delle didascalie e a dare un nome ai singoli personaggi (il soggetto e la sceneggiatura erano dello stesso regista), ed il film venne presentato al pubblico come "Visione storica del III secolo A.C. di Gabriele D'Annunzio". Con una durata complessiva superiore alle 3 ore, questa produzione altamente spettacolare e costosa, con esterni girati in Tunisia, in Sicilia e nelle Alpi, si concentra sul personaggio femminile del titolo, giovane fanciulla siciliana, sfuggita da neonata ad un sacrificio al dio Baal, il cui nome, Cabiria, sta a significare "nata dal fuoco". Scampata, con la nutrice Croessa, via mare, da un'eruzione dell'Etna che rade al suolo la città in cui viveva con la sua famiglia, Cabiria, dopo un naufragio, è catturata dai pirati fenici e venduta, assieme a Croessa, come schiava a Cartagine. Qui però sfugge nuovamente ad un altro sacrificio, questa volta al dio Moloch (raffigurato nel film come un uomo con la testa di un toro), nel quale bambini ambosessi vengono gettati nelle fiamme che ardono all'interno della bocca di una statua della divinità, grazie ad un nobile, Fulvio Axilla, spia dei romani, al quale Croessa aveva in precedenza chiesto aiuto, che si avvale pure del suo schiavo numida muscoloso, Maciste (primo film in assoluto in cui compare questo personaggio). Nella conseguente fuga,Axilla riesce a mettersi in salvo, tornando a Roma, nel frattempo minacciata dalle truppe di Annibale, che hanno precedentemente attraversato le Alpi. Maciste, al contrario, è catturato e condannato in perpetuo alla mola, non prima però d'essere riuscito ad affidare Cabiria ad una donna misteriosa, ovvero la nobile Sofonisba, "l'ardente fiore del melograno", figlia di Asdrubale, recatasi ad un appuntamento segreto col suo promesso sposo Massinissa. Dopo molti anni da questi accadimenti, Fulvio Axilla torna a Cartagine, Maciste è sempre legato alla mola, Cabiria è diventata adulta e la principessa Sofonisba, rinunciando per motivi politici a sposare Massinissa, si è piegata ad un matrimonio di convenienza con Siface. Le vicende dei personaggi e della Storia s'intrecciano sullo sfondo della guerra, che condannerà la ricca e raffinata società punica, all'estinzione. Fra i vari episodi della trama, è compresa anche la difesa del porto di Siracusa, contro le navi romane, letteralmente bruciate, grazie agli specchi ustorii inventati da Archimede.

Su raccomandazione di D'Annunzio, per la realizzazione delle musiche, venne prescelto il parmense Ildebrando Pizzetti (1880-1968), ovvero "Ildebrando da Parma", secondo il Vate, col quale aveva già collaborato in precedenza (le musiche di scena per i drammi teatrali "La nave", del 1905-07 e "La pisanella", del '13, da quest'ultima traendone pure, nel '17, una suite da concerto), il quale, dopo aver creato il brano iniziale di cui poi dirò, in seguito ad un litigio col regista, passò la palla al balzo, al suo primo allievo Manlio Mazza (su tale questione mi sono già ampiamente espresso in un mio vecchio post, "Delusione ed irritazione", sul mio blog "notesparsevangelista", a cui rimando per ulteriori approfondimenti). Costui mise insieme, probabilmente in fretta e furia, una cosiddetta partitura-pasticcio (sic!), in cui appiccica, alla bell'è meglio, frammenti di compositori come Vivaldi, Mozart, Gluck, Spontini, Rossini, Donizetti, Mendelssohn-Bartholdy e Schumann. L'unico brano veramente originale scritto per questo film, resta quindi la "Sinfonia del fuoco", composta da Pizzetti, inizialmente per accompagnare la scena dell'invocazione a Moloch, che costituisce uno degli episodi cardine del film, in cui un centinaio di fanciulli nudi, viene sacrificato al dio di Cartagine, come si evince anche dal testo cantato, che riporto in seguito. La composizione, strutturata per una grande orchestra di 120 elementi (comprendente al suo interno 6 prime ed altrettante seconde viole), baritono ed un coro misto a più di 5 parti, fu eseguita quindi una sola volta, in occasione della prima cinematografica assoluta, avutasi al Teatro Vittorio Emanuele di Torino, il 18 aprile del '14, con la direzione del Mazza (le cui doti direttoriali mi auguro siano state ben superiori rispetto a quelle, eufemisticamente parlando, compositive, pressochè nulle). Le recensioni dell'epoca, stanno ad indicare però che, in quel frangente, il lavoro fu eseguito a mò di ouverture, a schermo spento, prima dell'inizio del film. L'ampio organico esecutivo impiegato, in aggiunta al rifiuto di Pizzetti di consentire poi ad altri di dirigere il lavoro (egli stesso non lo incluse mai nelle sue esibizioni in veste di direttore), ne precluse ulteriori esecuzioni fino all'88, quando una, diciamo, prima riesumazione della versione originale del '14 di "Cabiria" (essendone già stata realizzata una versione sonorizzata ed abbreviata, nei primi anni '30), con tanto d'accompagnamento musicale dal vivo, venne presentata all'Orto botanico, in Roma. Altre riesumazioni, via via sempre più attendibili, seguiranno, negli anni a venire, a Torino ed a Bologna.

Il rapporto comunque controverso, problematico di Pizzetti, con la settima arte, di cui aveva scarsa considerazione, è testimoniato pure dal numero esiguo di collaborazioni che fecero seguito a "Cabiria", in totale non più di altre 4, ovvero: "La nave" ('23), film di Gabriellino D'Annunzio, pseudonimo del figlio del Vate, tratto dal lavoro teatrale paterno, in cui il compositore riutilizza le sue precedenti musiche di scena, riadattandole per il grande schermo, avente come protagonista femminile la giovane ballerina Ida  Rubinstein; e, dopo l'avvento del sonoro, si avranno "Scipione l'Africano" ('37) di Carmine Gallone, "I promessi sposi" di Mario Camerini ('41), per finire con "Il mulino del Po" ('49) di Alberto Lattuada.

Testo di Gabriele D'Annunzio per la "Sinfonia del fuoco" di Pizzetti: - Il Sacerdote: "Re delle due zone, t'invoco, / respiro del fuoco profondo, / gènito di te, primo nato!" - Il Coro: "Eccoti i cento puri fanciulli. / Inghiotti! Divora! Sii sazio! / Karthada ti dona il suo fiore." - Il Sacerdote: "Odimi, creatore vorace, / che tutto generi e struggi, / fame insaziabile, m'odi!" - Il Coro: "Eccoti la carne più pura! / Eccoti il sangue più mite! Karthada ti dona il suo fiore." - Il Sacerdote: "Consuma il sacrificio tu stesso / nelle tue fauci di fiamma. / O Padre e Madre, o tu Dio e Dea!" - Il Coro: "O Padre e Madre, o tu Padre e Figlio. / O tu Dio e Dea! Creatore vorace! / Fame ardente, ruggente...

Postludio: ironia della sorte, nonostante i suoi rapporti difficili col mondo del cinema, proprio Pizzetti, assieme a Respighi (quest'ultimo per giunta non avendo mai avuto simili esperienze), fu tra i compositori stilisticamente più influenti, nell'ambito delle colonne sonore hollywoodiane dei grandi film mitologico/religiosi degli anni '50; inoltre Pizzetti ebbe, proprio fra i suoi allievi, Mario Nascimbene (1913-2002), altro nome importante nell'ambito della musica da film.


Gabriele Evangelista


Ascolta Online


realizzato da Channelweb srl  /  progetto grafico Eddy Anselmi  /  P. IVA 00954970372

Questo sito web impiega cookie tecnici e di profilazione, proseguendo nella navigazione si acconsente al loro utilizzo close[ informazioni ]