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La farsa delle pensioni e il ruolo del sindacato


di Matteo Bortolini
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Non tutti i pensionati stanno con le mani in mano...

Non vorrei andare controcorrente a tutti i costi, ma continuo a pensare che la strategia dei sindacati sull'ennesima (e forzata) riforma delle pensioni sia completamente sbagliata.

Diciamocela tutta: in questo Paese la maggior parte dei lavoratori che vanno in pensione tra i 65 e i 67 anni continua a lavorare, con contrattini o in nero, fino più o meno ai 70 o 72, cioè fino a quando sarà obbligata a lavorare secondo il decreto salva-Monti. E allora? Dove sta la differenza? Io, sinceramente, la vedo solo nel fatto che chi lavora in nero non paga più le tasse. Credo che il sindacato dovrebbe fare una profonda riflessione sulle azioni e le strategie che davvero difendono i lavoratori. Il sindacato dovrebbe innanzitutto proteggere le tasse che i lavoratori pagano fino all'ultimo centesimo: proteggerle dagli evasori, dagli sprechi, dal malaffare. Dovrebbe pensare e promuovere forme contrattuali di uscita "dolce", come quelle prospettate da Dalla Zuanna sul Corriere, in cui, per esempio, si passi dal full time al part time negli ultimi 5 o 6 anni di lavoro. E dovrebbe sostenere una grande campagna contro il lavoro nero, promuovendo, per esempio, regole ferree che tolgano o riducano la pensione a chi viene scoperto a lavorare in nero. So che difendere un "numerino magico" lasciando poi che ognuno freghi come può è più facile, e anche molto italiano. Ma se davvero avessimo una dignità e avessimo a cuore la vita dei lavoratori dovremmo smetterla con le furbizie e cominciare a difenderli sul serio.

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