Il Cubo di Rubik secondo Roberto Sconciaforni ragiona su un altro modello di sviluppo possibile per uscire dalla crisi economica
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Per una diversa politica industriale
L'opinione di Roberto Sconciaforni, Capogruppo Fds/PRC regione Emilia-Romagna
La crisi che viviamo oggi a livello internazionale è sicuramente una crisi strutturale che investe il sistema produttivo, finanziario e ambientale, tra le cui conseguenze vi è una disoccupazione di massa e di lunga durata.
Molti economisti danno ormai per certo che i posti di lavoro persi nei paesi occidentali, difficilmente verranno recuperati e quasi impossibile sarà ritornare ai livelli precedenti al 2007, anno di inizio della crisi.
Difficile è anche immaginare la possibilità di una uscita dalla crisi, nel nostro paese come nel resto dell’Unione Europea, attraverso una ripresa della produzione di massa di beni come: auto, frigoriferi, televisioni o elettrodomestici vari perché questo richiederebbe, come presupposto per poter accrescere l’occupazione, una espansione enorme dei mercati nella UE. Presupposto che però risulta difficilmente realizzabile, senza considerare le conseguenze negative e sempre meno sostenibili in termini ambientali o di consumo selvaggio del territorio.
Le ricette economiche messe in campo dai vari paesi europei risultano, ad oggi, o totalmente controproducenti, vedi le politiche recessive imposte dalla BCE che causano prima di tutto un drastico calo della domanda interna, o non riproducibili, vedi Germania che basa il proprio sviluppo sull’esportazione del 60% della propria produzione verso gli altri paesi dell’ UE.
Vista la natura della crisi occorre un vero e proprio cambio di paradigma, una uscita dalle logiche liberiste del pensiero unico dominante.
Quello che serve è una politica industriale volta a perseguire chiare finalità sociali, quali l’aumento di occupazione stabile compatibile con il sistema ecologico e con un uso più razionale del territorio.
Ha, ad esempio, ragione il segretario Generale della Fiom Maurizio Landini quando afferma che il prodotto non è l’automobile, il camion o il treno. Il prodotto deve diventare la mobilità: come si trasportano persone e merci.
Occorre un progetto strategico e di lunga durata che parta dal livello nazionale e arrivi a come muoversi nelle città.
Non si tratta di ipotizzare soluzioni irrealistiche come l’eliminazione dell’auto ma di intraprendere la strada della conversione ecologica del nostro sistema produttivo e industriale oggi imperniati sulla mobilità su gomma. Tale sistema sta diventando, da un punto di vista ambientale e dei trasporti, sempre più insostenibile.
In Italia abbiamo il più alto tasso di auto pro capite di tutta la UE. In compenso abbiamo appena 200 km di metropolitane e un sistema di trasporti pubblici urbani inferiore alla media europea per quanto riguarda capillarità, comodità, frequenza di passaggi, efficienza.
Le conseguenze sono città soffocate dalle auto, l’inquinamento urbano che supera di gran lunga i limiti europei e tempi di percorrenza lunghissimi.
A fronte di questa situazione sarebbe necessario un progetto strategico di mobilità sostenibile basato su un trasporto pubblico non inquinante di metro, filobus e treni locali.
La realizzazione di reti di mobilità sostenibile risulterebbe poi essere fonte di un’alta intensità occupazionale attraverso la produzione di treni, tram, filobus, vetture di metropolitana.
In Italia, tuttavia, la situazione della produzione di mezzi di trasporto pubblico è drammatica, sia per quanto riguarda i treni, sia per quanto riguarda gli autobus, come dimostrano il caso della chiusura, da parte della FIAT, di Irisbus, ultimo costruttore italiano di un certo rilievo di questi mezzi, oppure la recente vertenza riguardante la Bredamenarini sul territorio Bolognese.
I governi finora avvicendatisi, non hanno mai dimostrato di puntare veramente ad un ampio progetto di mobilità sostenibile con tanto di aumento della produzione di mezzi di trasporto collettivo, troppo impegnati, ad assecondare le richieste miopi ed egoistiche della FIAT.
Deve essere poi molto chiaro che un progetto strategico di tale natura non può essere realizzato da un’impresa, per quanto grande, ne dal mercato.
Serve l’intervento strutturale del sistema pubblico con una classe dirigente non succube rispetto ai dettami liberisti, capace di progettare prodotti e attività ecosostenibili, dove l’occupazione diventi un obiettivo comune e dove le funzioni della ricerca e dell’università pubblica vadano rilanciate con forza.
Se invece la strada per uscire dalla crisi sarà quella dello smantellamento dei diritti, a partire dall’articolo 18 e dei costi del mondo del lavoro, allora penso che non ci sarà un futuro per noi.







