Nella nostra città sta, inevitabilmente, prendendo corpo la discussione sul rapporto pubblico-privato nella gestione dei servizi sociali. Per evitare che il dibattito si avviti in slogan o insulti tra presunti passatisti e innovatori, o tra chi fa ideologia e chi ha “senso pratico”, è bene provare a discutere nel merito, sulla base di qualche dato di fatto.
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Parlano di sussidiarietà ma pensano a privatizzazioni
L'opinione di Roberto Sconciaforni, capogruppo FedSin in Regione
Ormai da anni i diversi governi nazionali che si sono avvicendati, hanno portato avanti politiche fatte di progressivi ridimensionamenti ai trasferimenti agli enti locali. Tali tagli sono ora, con il governo Berlusconi, diventati draconiani. Il primo elemento su cui bisognerebbe fare chiarezza è che questa macelleria non è una inevitabile e naturale conseguenza della crisi economica sistemica che ha investito anche il nostro paese, ma la conseguenza di una precisa scelta politica per cui a pagare la crisi causata dalle politiche liberiste, devono essere solo i lavoratori e le classi più deboli. Allo stesso modo è falsa e strumentale la tesi della mancanza di risorse, secondo cui tutti dobbiamo fare sacrifici,”stringere la cinghia”: l’enorme evasione fiscale presente nel nostro paese o l’assenza di una patrimoniale che colpisca il 50 per cento della ricchezza detenuta dal 10% della popolazione, sono lì a dimostrare come il vero problema sia la concentrazione di grandi patrimoni nelle mani di una ristretta minoranza della popolazione.
Dovrebbe risultare evidente, quindi, che i tagli a comuni, province e regioni da parte del governo hanno lo scopo di scaricare sui cittadini il peso delle varie manovre finanziarie, privando gli enti locali delle risorse necessarie anche solo per mantenere il sistema dei servizi pubblici da loro gestiti e obbligandoli, nei fatti, a cederli a soggetti privati.
Il secondo elemento da tenere in considerazione è che ormai da anni nei comuni, compreso quello di Bologna, il sistema dei servizi sociali vede la presenza organica del privato nella gestione (pensiamo ai nidi convenzionati o all’assistenza domiciliare agli anziani). Questo non solo per effetto dei tagli, ma anche per l’adesione, questa sì ideologica, alle ricette liberiste di larga parte delle forze del centro-sinistra a partire dal PD. Non va però dimenticato che nella nostra realtà comunale e regionale il rapporto tra pubblico e privato nella gestione di tali servizi vede una netta prevalenza dei soggetti pubblici.
Di cosa stanno discutendo allora con tanto fervore i sostenitori della sussidiarietà, soprattutto dopo l’esaltazione di questo concetto contenuta in una recente omelia del cardinal Caffarra?
Il dubbio, più che fondato, è che dietro questa vera e propria campagna su sussidiarietà e funzione del “privato sociale” si celi, in realtà, il tentativo di realizzare una sostituzione a favore del privato in tutta una serie di servizi ora a gestione pubblica. Che si punti, cioè, a un vero e proprio ribaltone, con una forte spinta in tale direzione sia da parte del mondo delle cooperative che dell’associazionismo cattolico.
E il pubblico?
Il pubblico quale ruolo dovrebbe svolgere secondo i sostenitori di queste “nuove ricette“ liberiste? Quello di controllore. Come se non fosse ormai evidente che si può controllare solo ciò che si conosce, cioè si gestisce.
Affidare a soggetti privati la gestione ha, tra le sue conseguenze, la perdita di quelle cognizioni, di quei saperi, così fondamentali per poter apportare controlli e miglioramenti. Il punto, quindi, non è disconoscere il ruolo positivo che l’associazionismo e il volontariato svolgono con le loro attività, a integrazione e implemento, di una rete di protezione sociale pubblica già esistente, ma di contrastare qualsiasi disegno teso a dismetter il ruolo di gestione del pubblico nei servizi sociali. Non solo: ritengo sia sotto gli occhi di tutti come anni di ubriacatura liberista, al motto di “privato è meglio”, hanno provocato enormi disastri sociali, come il peggioramento della qualità dei servizi e delle condizioni per le lavoratrici e i lavoratori del settore, essendo evidente che il contratto nazionale delle coop sociali prevede un trattamento economico, normativo e contributivo peggiore rispetto a quello del settore pubblico.
In questo quadro, diventa centrale l’esito referendario del giugno scorso con il pronunciamento chiaro e netto da parte di ben 27 milioni di italiani contro il decreto Ronchi, che rende quanto mai necessario l’avvio di un percorso per concretizzare quella volontà popolare. Si tratta, cioè, di pensare ad un processo di ripubblicizzazione dei beni comuni finanziato attraverso la fiscalità generale e la patrimoniale.
Le accuse di “passatismo” mosse contro chi difende la centralità della gestione pubblica, non solo alimentano il legittimo sospetto che, in realtà, non si intenda discutere del tema, quanto piuttosto si voglia utilizzare la crisi per compiere un ribaltone a favore dei privati interessati alla gestione della parte ritenuta economicamente più redditizia del welfare cittadino.
Solo attraverso il coinvolgimento delle parti sociali e delle lavoratrici e dei lavoratori del settore, si potrà impostare una seria e propositiva discussione, che faccia i conti con gli oggettivi tagli operati dal governo Berlusconi, ma che sappia salvaguardare le istanze solidaristiche e di eguaglianza sociale che sono prerogativa di amministrazioni locali attente alle necessità delle parti più deboli e non ai tornaconti di potentati economici di varia matrice.
Altrimenti, sarà evidente che quando si parla di gestione dei servizi pubblici tanti “parlano di sussidiarietà ma pensano a privatizzazioni”.
Roberto Sconciaforni
Capogruppo Federazione della Sinistra
Assemblea Legislativa E-R







