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15 ottobre: i paradossi della violenza

Violenza a Roma nella manifestazione degli indignados italiani


di Alessandro Canella
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Per fare notizia, in Italia, occorre la violenza. Ma questa sottrae spazio alle istanze del dissenso. Occorre un modello nuovo che metta in un angolo ciò che oggi è centrale: la macchina del consenso.

Il dissenso, in Italia, è stretto in una morsa. Tutta l'impalcatura mediatica è costruita in modo da rendere necessario il gesto eclatante se si vuole ottenere spazio e visibilità. Senza il clamore, lo spazio che viene concesso su giornali e televisioni è riservato a pensieri e istanze allineati al modello dominante.

E' quello che è successo il 15 ottobre con la manifestazione degli indignados italiani a Roma. La notizia degli scontri con la polizia ha fatto il giro del mondo e ha occupato, per qualche ora, i palinsesti televisivi nazionali. La violenza, dunque, ha paradossalmente reso visibile un fatto che diversamente sarebbe stato pressoché ignorato. E' infatti infinito l'elenco delle manifestazioni di portata analoga a cui è stato dedicato appena un trafiletto sui quotidiani e che spesso non ha nemmeno fatto breccia in un telegiornale.

Ma se la violenza è stata in un qualche modo necessaria ai fini della visibilità, ha al tempo stesso generato il paradosso nel paradosso, prestando il fianco al servilismo e al boicottaggio dei giornalisti italiani. Questi ultimi, infatti, hanno colto l'occasione per impostare il dibattito non già sulle ragioni della manifestazione, quanto sul tema spiccio della violenza di piazza. Un'operazione professionalmente penosa, un dribbling del tema centrale per ricondurre la discussione sui binari e negli schemi del pensiero dominante.

Le tecniche, in particolare quelle televisive, per ottenere lo scopo sono tanto semplici quanto subdole: lunghi servizi sugli scontri e poco tempo per le ragioni dei manifestanti pacifici, illazioni sull'appartenenza politica dei violenti, divisione dei manifestanti in due categorie nette ed egualmente negative (black block vs freakettoni ingenui), rapidi collegamenti con la piazza e lunghi comizi dei politici in studio che lanciano anatemi e formulano analisi approfondite quanto un tema delle elementari.

E' così che funziona la macchina del consenso, sono questi i mezzucci del potere politico, economico e mediatico che vuole salvare e giustificare se stesso.
Chi vi si oppone è un eversore o un ingenuo e questa tesi viene sostenuta dai giornalisti stessi, il cui compito dovrebbe invece essere quello di narrare e approfondire quanto avvenuto.
L'informazione italiana è, in ultima analisi e non da oggi, un ostacolo al cambiamento. Basti ricordare che "Il Resto del Carlino", durante la Seconda Guerra Mondiale, definiva banditi i partigiani che poi hanno liberato il Paese.

La presa di coscienza di questa consolidata verità, però, deve spingere alla riflessione chi vuole esprimere il dissenso in Italia e deve indurlo ad agire in modo diverso.
E' infatti giunto il tempo di uscire dagli schemi imposti da quello che veniva chiamato l'ordine costituito, politico e mediatico, e seguire altre logiche. Alla morsa in cui si è costretti per fare notizia, bisogna opporre formule nuove che ignorino le impalcature mediatiche e procedano senza di esse e nonostante esse.
Occorrono gesti forti, non eclatanti, occorrono azioni costanti, non clamorose.
In altre parole occorre uno slancio di coscienza che scardini i recinti di quella che assume sempre più il carattere di una dittatura della maggioranza (e ormai nemmeno numerica), che qualcuno si ostina ancora a chiamare democrazia.

Per fare questo è necessario partire da noi stessi, ripensare i nostri stili di vita, ridisegnare la nostra concezione del benessere e dei diritti.
Non è possibile, infatti, combattere un potere seguendo le sue logiche. Occorre sottrarre spazi al mercato, alla televisione, alla politica (così come viene intesa oggi) e gestire in autonomia e secondo schemi nuovi la nostra vita.
Smettendo di guardare la televisione (e di comprarla) si fa fallire la macchina del consenso e tutti i suoi soloni. Ignorando il più possibile il modello economico e politico vigente si può ottenere molto di più rispetto ad una manifestazione violenta.

Riscoprire la solidarietà, le relazioni, gli scambi non economici tra di noi, tra chi era in piazza il 15 ottobre, tra i dissidenti di questo modello di sviluppo, è il primo passo concreto per demolire ciò che contestiamo.
Cominciamo a sperimentare forme di welfare orizzontale, proviamo ad essere più cittadini e meno consumatori, proviamo a sottrarre spazio allo Stato, alle banche e ai centri commerciali dalle nostre vite.
L'effetto sarà dirompente e vedremo collassare tutto ciò contro cui ci siamo battuti.

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