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Il Cubo di Rubik: I Lacchè alla Prima della Scala

Il nostro misterioso Etrusco va a teatro e stona nel coro generale.


di Alfredo Pasquali
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Leccaculo all'Opera ...

I commenti alla prima del Don Giovanni che ha inaugurato la stagione della Scala, dimostrano ancora una volta che nelle nostre contrade la stagione della piaggeria trionfante non è nata (né rinata) con Berlusconi, e pertanto non si può certo sperare che si attenui con la fine politica (auspicata, ma non ancora sicura…) del Cavaliere. E’ una triste caratteristica del nostro Paese: si dice sia un abitus mentale che si è radicato nelle coscienze individuali nei lunghi secoli di asservimento, in cui leccare il culo poteva essere una necessità vitale. Conosce periodi trionfanti e altri in cui ce ne si vergogna un po’, ma è ben lungi dall’avviarsi sulla via dell’estinzione. Quindi, ecco, nelle cronache (in tutte le cronache) dell’”Evento” ambrosiano, Monti e Napolitano Salvatori della Patria osannati dal pubblico che “scatta in piedi” al risuonare delle prime note dell’Inno; mentre, con perfetta coerenza servile, negli anni scorsi, con gli esponenti della Lega presenti al Governo e nei palchi, il pubblico, salvo i soliti “bastian contrari”, se ne stava  per lo più seduto a rumoreggiare. Ma passando rapidamente ad esaminare un altro specchio del nazional–servilismo, prendiamo le recensioni dell’ “Evento”. Ce ne fosse stata una, con la solita parzialissima eccezione dei conduttori della Barcaccia su Radio tre alle 13 del giorno dopo, che non avesse incondizionatamente esaltato la regia, la direzione d’orchestra e i cantanti. E invece si è trattato di uno spettacolo mediocre sotto tutti i punti di vista tanto che, potendo, avrei abbracciato quella signora che,  intervistata da SKY nell’intervallo, ha osato timidamente dire, tra l’incredulità dell’intervistatore, che insomma, via, Baremboin questa sera non era proprio in forma. Perché ormai in Italia succede così e non solo per la musica (si pensi alle “recensioni” (?) delle tante assai spesso mediocrissime mostre d’arte): non esistono più le critiche, ma solo sedicenti “critici” usi a obbedir servendo, che per nessuna ragione si inimicherebbero un qualsiasi potente o potentino osando gridare, sull’onda dell’immortale grido fantozziano, che siamo di fronte a “ una cagata pazzesca”.

MA ANCHE A BOLOGNA, TEMPO FA

La coraggiosa signora della Scala che ho citato prima mi ha anche ricordato una specifica situazione vissuta a Bologna qualche anno fa di cui vorrei far menzione. Allorquando nessuno, se non pochi temerari, osava pubblicamente affermare che Daniele Gatti, Direttore Principale del Teatro Comunale per dieci lunghissime e a causa sua quasi sempre noiosissime stagioni, fosse anche solo qualcosa meno che un grande musicista destinato a un luminoso avvenire. Ma poi, nei corridoi e accertandosi bene che nessuno stesse ascoltando, tutti coloro che di musica, come la citata intervistata, un minimo ne capivano, esprimevano il desiderio che se ne andasse al più presto. Non dico che quando Tutino non rinnovò l’incarico a Gatti provai (e con me una sorprendente moltitudine uscita improvvisamente dall’ombra)un sentimento di gioia e liberazione pari a quello provato in occasione delle dimissioni di Berlusconi:  esagererei, ma, si parva licet componere magnis, provai qualcosa di molto simile. Eppure dopo una Traviata tanto orribilmente diretta da aver messo a dura prova perfino le capacità di sopportazione degli ottimi interpreti, l’allora Sovrintendente (non l’usciere, eh…!) durante una  cena di gala che seguì, si levò in piedi e brindò alla “più bella Traviata che mai fosse stato dato di ascoltare” (cito letteralmente). Naturalmente tra gli applausi e il tripudio generale dei convitati. Nessuno ha più sentito parlare di Gatti, perlomeno in occasioni e situazioni di prestigio, ma noi bolognesi (anch’io, un tempo, lo fui) ce ne sobbarcammo in timoroso silenzio e per dieci lunghi anni il non piccolo onere, anche economico. Usi a obbedir tacendo.

ED ECCO COME, IN MATERIA DI PARACULISMO, SI PUO’ SFIORARE IL SUBLIME

Ma tornando al paraculismo nazionale nella sua epifania post scaligera, ecco a voi un esempio di come, nel genere, si possa a volte attingere alle vette del sublime:  qualche reporter dell’ “Evento” ha avanzato l’ipotesi che il regista, facendo cantare il Commendatore quando invita Don Giovanni a pentirsi dal Palco Reale, in mezzo a Napolitano e a Monti, abbia voluto paragonare questi a quello. Insomma: Napolitano e Monti  che, alla stregua del Commendatore,  invitano il libertino “cavaliere” (eh già… Cavaliere!) a pentirsi e preparano la vendetta.

Queste le tristi considerazioni che si possono fare a commento: 1) il regista è canadese e mai avrebbe potuto concepire un così sottile esercizio linguale; questo può nascere solo da anime geneticamente avvezze al “servo encomio” (in questo caso nei confronti dei due recenti vincitori) ed al “codardo oltraggio” (nel confronti del “Cavaliere” sconfitto). 2) Si è attribuita all’ignaro regista una geniale trovata che volentieri avrebbero voluto avere i “recensori”, i quali, così facendo, hanno mandato un personale messaggio adulatorio ai nuovi “potenti” (“io l’avrei intesa così”) 3) E’ emerso ancora , ma questa volta inconsciamente, l’atteggiamento leccatorio nei confronti del Berlusca.  Infatti, solo menti perversamente intrise di foia adulatoria (e non certo quindi la mente del povero regista straniero) possono concepire un parallelo tra il dongiovannismo cialtrone e a pagamento del nostro Jurassic Pork e quello diabolico e lucidamente eroico del mitico “Burlador de Sevilla”. Sarebbe come paragonare Arsenio Lupin a un ladro di galline.

L’Etrusco

 

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