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Quando la Parola ne Uccide Quanto la Spada

L'Etrusco ragione per il Cubo di Rubik sul linguaggio bellico e sui cattivi maestri


di Alfredo Pasquali
etrusco
cubo
l linguaggio dei media ci conduce da anni attraverso un percorso subliminale che subdolamente ci convince a poco a poco che il mondo sia un immenso videogame e che la politica sia, al suo interno, un enorme campo di battaglia dove l’unica legge è quella della violenza.

Una violenza che nei videogames veri, quelli che occupano il tempo libero di buona parte della popolazione sottosviluppata dei paesi “sviluppati”, si definisce in modo tranquillizzante virtuale, ma che sappiamo bene come, lentamente ma inesorabilmente, faccia entrare nelle teste più deboli, dei bambini e degli sciocchi, l’idea che si può anche ammazzare il prossimo tanto poi risuscita per farsi trovare pronto a farsi ammazzare di nuovo. Per cui comincia un po’ alla volta a diventare normale picchiare a morte chi ha investito incidentalmente il cagnolino della tua fidanzata o ammazzare un vigile urbano trascinandolo sotto il proprio SUV per centinaia di metri.

 

Gli antenati dell’etrusco che vi scrive, quando di malavoglia andavano in guerra abbandonando quegli ozii e quei piaceri cui annettevano la massima importanza, sapevano bene, ignorando il significato dei termini “guerra lampo” , “armi intelligenti”, ecc, di che cosa orribile si trattasse. Altro che giochetto! Per cui, stante il mio DNA, un giorno mi sono sorpreso a fantasticare su quale orrendo mondo dava per scontato e ovvio quel linguaggio, partendo da quanto detto da uno speaker di un TG che, per l’ennesima volta, invece di dire che un certo personaggio stava garbatamente correggendo le affermazioni di un compagno di partito, ci informava che lo stava “bacchettando”. Mi sono allora immaginato un maestro anteguerra che prendeva a legnate sulle mani gli alunni meno fascisticamente disciplinati; e da quel giorno in poi ho cominciato ad avere una serie di visioni tutte le volte che ascolto una delle tante guerresche frasi fatte diventate di uso giornalisticamente comune.

Poichè una strada irta di ostacoli, per quanto neanche tanto insuperabili, è sempre un “terreno minato” per chi ci si avventura, ecco che mi immagino i protagonisti saltare in aria dilaniati dagli ordigni assassini. Se poi all’interno di un partito si manifesta un dissenso da parte di qualcuno, si parla subito di “tradimento” e se questo lecitissimo dissenso provoca difficoltà sulla strada che si stava seguendo, ecco che siamo in presenza di una “pugnalata alle spalle” che magari “spezza le gambe” e “mette in ginocchio”. Ed ecco comparire una coppia di amici che camminano insieme e improvvisamente uno dei due che aveva la mano appoggiata sulla spalla dell’altro, fa uscire dalla manica un affilato coltello e.. zac lo pugnala alla schiena. Oppure, appostato con un nodoso bastone dietro un angolo di strada attende di colpire l’amico che sopraggiunge per fratturargli le ossa delle gambe e costringerlo in ginocchio.

Se poi il governo corre il rischio di perdere la maggioranza che lo sostiene, cosa fanno i dissidenti? Votano contro? Manifestano nell’urna la loro contrarietà? Invitano il Governo a modificare le proprie decisioni? Niente affatto: ecco apparire un manipolo di crudeli e sinistri individui che in una camera d’ospedale, insensibili alla disperazione dell’amico malato, si apprestano ridacchiando sadicamente a“staccare la spina” del suo polmone artificiale. E così via.

Insomma la competizione, quella normale in politica basata (un tempo) sul civile confronto delle idee è diventata una guerra in cui c’è chi “apre le ostilità”, “mostra i muscoli”, “scende in campo” magari col “coltello tra i denti”. Lancia “ultimatum” e “aut aut”. E l’avversario politico (meglio: il nemico) non replica semplicemente alle proposte, ma urla il suo “niet” e reagisce scendendo “sul piede di guerra” e se per caso afferma qualcosa di categorico lo fa perché ha “la bava alla bocca” e vuole mettere l’antagonista “alle corde”e fargli “mancare l’aria”

A forza di usare termini di questo genere sono certo, come dicevo prima, che si sia già andati molto in là sulla strada dell’inconscia assuefazione alla violenza.

Tuttavia questa terminologia guerresca non è l’unica che viene usata per cercare di condizionare la nostra capacità di ragionare serenamente sulle cose. Il potere delle parole è enorme, la loro capacità di travisare la realtà è immensa perché esse stesse sono la realtà, o meglio, sono quella realtà che ci fanno apparire nel momento stesso in cui vengono pronunciate. Per difendersi bisognerebbe esercitare continuamente e strenuamente un indomito spirito critico. Incazzarsi ogni volta, oppure (meglio ancora) riderci sopra smascherando ogni volta il trucco. Ma è possibile? Difficile: siamo troppo deboli di fronte all’oceano di mistificazioni verbali che ci viene riversato addosso ogni giorno leggendo i quotidiani, ascoltando la radio o rincoglioniti davanti ad un televisore. E credo che finiremo per cedere.

Finiremo per credere, ad esempio, che l’art.18 è una roba da arretrate tribù animiste dedite al cannibalismo rituale, dal momento che normalmente, e primo fra tutti il nostro intoccabile Presidente del Consiglio, lo definisce un “tabù”. E si sa che “tabù” è una cosa che ha a che fare con gli idoli, i totem e tutto l’armamentario tipico della notte dell’umanità. Non vorrete mica comportarvi come gli uomini dell’età della pietra, voi che difendete ancora l’articolo 18? Vero?

Anche perché si deve uscire (cito sempre il recente Monti) da ogni atteggiamento “buonista” . Fino a poco tempo fa esistevano solo i buoni e i cattivi e tanta gente che era magari un po’ buona e un po’ cattiva; ma i “buonisti” non esistevano. Ma oggi il linguaggio è riuscito a dare una connotazione negativa, storpiandolo, ad un aggettivo da sempre usato in senso positivo. Siete per far stare un po’ più larghi i detenuti nelle carceri? Siete dei “buonIsti” che vogliono rimettere in circolazione migliaia di delinquenti. Difendete i contratti di lavoro a tempo indeterminato perché siete contrari a che la gente si ritrovi da un momento all’altro a fare la fila alla Caritas? Siete dei “buonisti” che non capiscono qual è la strada che ci porterà (non a vantaggio di tutti, peraltro, ma solo dei soliti noti ) fuori dalla crisi.

I lavoratori con il posto fisso, inoltre (cito ancora Monti & C. in questi ultimi giorni) sappiate che sono “ipergarantiti”; come se si potesse affermare una cosa del genere riferita a lavoratori che, nell’attuale situazione economica nazionale e mondiale, hanno un posto fisso sì, ma in aziende che all’80% corrono il serio rischio di chiudere i battenti . Sono “Ipergarantiti”, avete capito? A tal punto può giungere l’ipocrisia di chi trarrà vantaggio dall’uscita da una crisi fatta pagare ai più deboli.

Mi rendo conto che potrei continuare ancora con decine e decine di esempi. A questo filone, tra l’altro, andrebbe ascritta tutta l’infinita teoria cominciata con gli spazzini diventati “operatori ecologici” e terminata, ma solo per il momento, con gli handicappati diventati improvvisamente “diversamente abili”. Quelle definizioni insomma che, con l’alibi del politicamente corretto, servono a far rimuovere condizioni e problemi sociali anche di enorme gravità. Aspettiamo infatti con fiducia che i poveri vengano correttamente definiti “diversamente ricchi”.

In questa direzione del resto nel Paese che chiama affettuosamente “Porcellum” la sua legge elettorale possiamo aspettarci ancora di tutto e di più. Soprattutto perché, in materia, da noi, i mezzi di comunicazione di massa stanno scalando vette che fino a poco fa sembravano obiettivamente irraggiungibili, giungendo a definire “Cerchio Magico” un’ accolita di buzzurri raccolti attorno ad un Capo che si esprime a rutti e a diti medi alzati!

 

L’Etrusco

lara croft

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