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Binario Morto

L'opinione dell'Etrusco


di Alfredo Pasquali
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Il Cubo di Rubik dell 'Etrusco intraprende un viaggio in treno nel Bel Paese

Sabato scorso ho viaggiato su un treno partito da Roma San Pietro alle 17,40 e diretto a Civitavecchia e Montalto di Castro. Poiché era l’ora classica dei pendolari, con il conseguente super affollamento, ho viaggiato in piedi sulla piattaforma vicino alle porte per una buona mezzora. Ma cos’era quella sensazione di disagio molto prossima all’imbarazzo che mi aveva attanagliato dopo pochi minuti? Eppure non era la prima volta che mi capitava di salire su quel treno: me ne servo qualche volta per raggiungere Roma per lavoro partendo dalle necropoli silvane e tufacee nei cui dintorni mi sono andato a nascondere. Guardavo le persone che mi circondavano chiedendomi il perché di quello stato d’animo. Erano loro la causa? Rispetto all’ultimo viaggio, di qualche mese fa, erano, infatti, persone diverse. Mi sembrava di star dentro la scena di un film neorealista del dopoguerra. Attorno a me c’erano uomini e donne vestiti con abiti fuori moda, logori, vecchi. Anche se erano abiti più leggeri, mi facevano ricordare il “cappotto rivoltato” di un’ antica canzone di Nino Taranto. Giovani donne coi capelli arruffati mi guardavano con occhi che non sarebbe appropriato definire solo stanchi. Non vi si leggeva nessuna serenità per il ritorno a casa, probabilmente nessuna speranza. Da quanti anni non si compravano un vestito? Da quanti mesi non si potevano permettere una parrucchiera? Avrei voluto scendere alla prima fermata per cessare di sentirmi un corpo estraneo e smettere di vergognarmi per la giacca, la cravatta e l’impermeabile che indossavo. Mi circondavano sguardi interrogativi: “che ci facevo lì in mezzo a loro? Non mi potevo permettere di usare l’auto per recarmi a Roma? E allora perché ero vestito così? Mi avevano tolto la patente? Sì, forse avevo travolto ubriaco con la mia Mercedes un qualche vecchietto sulle strisce pedonali e adesso ero costretto a mescolarmi con loro. Già: su questi treni non c’è nemmeno la prima, per distinguersi da noi”.

Dopo Civitavecchia il treno si svuotò e sprofondato su un sedile, aprii finalmente il giornale ancora piegato dalla mattina. E così lessi i titoli che riportavano le frasi di Berlusconi sugli italiani che riempiono i ristoranti e gli aerei. La crisi, insomma, come lui aveva sempre detto, non c’era e comunque i suoi effetti non li avvertiva nessuno, da noi. Avrei voluto mostrarli ai miei compagni di viaggio, quei titoli, e chieder loro che ne pensavano. E forse, in preda com’ero a quel punto a un sentimento di ira rabbiosa, lo avrei fatto magari mettendomi a urlare. Ma davanti a me c’era solo un uomo di colore semi addormentato e nel vagone quasi più nessuno. Fino a Montalto di Castro ho avuto allora tutto il tempo per rimuginare e chiedermi per la millesima volta, come avevamo fatto a tollerare una simile leadeship per tanti lunghi anni. E per darmi sempre le stesse risposte. Mi ricordai come, pochi giorni prima, avevo sentito qualcuno affermare nel bar: “Dicono che c’è la crisi, ma i ristoranti sono pieni!” Ecco, quindi: come d’abitudine, Jurassic Pork chiamava a raccolta i qualunquisti, gli stupidi e gli anticomunisti viscerali, quelli che pur di non vedersi governati da Prodi (non da Fidel Castro…) negherebbero anche di esser nati dalla loro madre. Però, forse, stavolta stava raschiando, disperato, il fondo del barile. Forse, chissà, si sarebbe ritrovato con l’esercito di Franceschiello. Ed era la disperazione di quei volti a farmelo sperare.

 


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