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Bimbo morto, "il fotogiornalismo ci mostra perché il mondo va cambiato"

L'intervista a Michele Lapini, fotoreporter freelance.


di redazione
Categorie: Migranti, Società
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Ha fatto discutere la pubblicazione della foto del bimbo trovato morto sulle sipagge di Bodrum, in Turchia. Il piccolo ha perso la vita durante l'ennesima tragendia del mare. L'istantanea ha fatto il giro dei social, ma il mondo del giornalismo e della cultura si divide sull'opportunità della sua pubblicazione. Ne abbiamo parlato con Michele Lapini, fotoreporter freelance.

Non ha fatto in tempo a essere pubblicata da alcuni media stranienri, che la foto di quel corpo senza vita, accasciato a faccia in giù sul bagnasciuga della spiaggia turca di Bodrum, ha fatto il giro del mondo. E scatenato un fiume di polemiche. Dai social network ai giornali, fino agli intellettuali e alle associazioni, ci si divide sull'opportunità di pubblicare quell'istantanea. Il tutto a pochi giorni dalla pubblicazione di altri scatti, ancora su media stranieri, che testimoniavano la morte in mare di altri piccoli in cerca di un futuro migliore, o almeno diverso.
Abbiamo intervistato Michele Lapini, fotografo freelance, con il quale abbiamo provato a riflettere sul dibattito in corso. E su tanto altro.  

Michele, secondo te quella foto andava pubblicata?

Credo proprio di sì. La fotografia documenta quello che succede realmente, nel bene e nel male. La fotografia, specialmente questa, ci riporta quello che succede quotidianamente nel mondo. Ovviamente lo sciacallaggio che c'è intorno a una fotografia è cosa diversa dal pubblicarla o meno. Non vedo niente di male nel pubblicarla, come nessuno penso si sia scandalizzato nel vedere la famosa fotografia della bambina che scappa (scattata in Vietnam subito dopo un attacco col napalm dell'aviazione Usa, nel 1972, ndr), come tantissime altre fotografie che hanno fatto la storia della fotografia e degli eventi. Però adesso, coi social ntetwork e la rete, tutti, più o meno, si esprimono molto a sproposito, spesso anche sul fatto che la realtà esiste, la verità esiste, ma è meglio non mostrarla. Secondo me invece è bene mostrarla, possibilmente senza aggiungere troppe parole alle fotografie, che molto spesso parlano da sole, anche per evitare di 'sciacallare' sulle immagini e le fotografie.

In un post su facebook sottolineavi che ci si deve indignare non tanto per la pubblicazione di una foto, ma per quello che rappresenta, in questo caso le politiche migratorie dell'Europa.

Esatto. Come molto spesso succede la fotografia semplicemente riflette quelli che sono i risultati o le conseguenze di politiche che vengono prese da chi gestisce, in questo caso, i flussi migratori. Mi viene in mente un'altra fotografia molto forte, quella di una signora ottantenne spagnola, sotto sfratto, che piange mentre deve abbandonare la sua casa. Non è un bambino, magari la fotografia non ha fatto il giro del mondo, però è servita a mostrare il lato barbaro degli sfratti in Spagna, ma anche a trovare una soluzione alla signora, dato che la squadra del Rajo Vallecano le ha pagato l'affitto. Che la verità non si abbia piacere a vederla è un altro discorso, così come utilizzare la fotografia per alcuni scopi, ma che si debba mostrare quello che succede, secondo me è indispensabile e ancor più urgente in un periodo come questo dove cose come quelle capitano in molte zone del continente.

Questo dibattito in Italia è nato forse anche per il fatto che si legge poco, e sicuramente la fotografia ha un potere più forte. Ma può essere una fotografia a scuotere le coscienze e a far rendere conto di quello che sta accadendo, o se le persone non vogliono interrogare le proprie coscienze, nemmeno una fotografia serve?

La fotografia non può fa ragionare un sasso. Se una persona si rifiuta e non è portata a compiere ragionamenti, come magari l'Ocse ci suggerisce (la metà delle persone che ci circondano è analfabeta funzionale), è un po' difficilie che una fotografia, seppur forte e d'impatto, riesca a smuovere le coscienze. Sicuramente aiuta a mostrare quello che è la realtà. Anche semplicemente facendo vedere i volti delle persone che vengono etichettate come clandestini, come immigrati o come extracomunitari, già la fotografia rende visibile che dietro a certe categorie ci sono pur sempre esseri umani e persone.

Quindi c'è un'utilità sociale della fotografia oppure il fotografo deve semplicemente fotografare la realtà senza giudizi di merito?

C'è una citazione che ripeto spesso, anche se non la ricordo esattamente: 'Il fotogiornalismo non cambierà mai il mondo, ma serve a mostrare perchè questo mondo deve cambiare'. Questa un po' credo sia l'essenza del fotogiornalismo e di chi fa reportage. Adesso ci sono tantissimi fotografi nelle zone di frontiera, i fotografi per forza devono trovarsi nella zona delle notizie, a differenza dei giornalisti. Molto spesso ci sono anche loro nelle zone di frontiera, ma i fotografi sono ovviamente costretti a stare lì.

Foto o non foto, la situazione imporrebbe che ci fosse una reazione a quello che sta accadendo, da parte degli antirazzisti o comunque dei cittadini che non accettano le politiche europee, o semplicemente che le cose vadano in questo modo. Una reazione che sembra tardare, almeno in termini di reazione di massa. Secondo te perchè?

Non ho una risposta. Condivido il fatto che sarebbe bene che anche chi non considera con negatività le persone che scappano da guerre o da situazioni difficili, come un pericolo, una minaccia o un'invasione, prendessero la parola, visto che quello che passa dall'informazione mainstream sono le sfuriate razziste e xenofobe dei vari presidi anti-profughi, eccetera. Quindi sarebbe bello che il movimento antirazzista prendesse la parola, che comunque con i migranti ci lavora quotidianamente nei vari territori. Credo sia un po' l'immobilismo italiano degli ultimi anni che porti a questo. È una domanda molto difficile.

Però forse anche alcune iniziative che esistono già non vengono assolutamente amplificate dai media, e quindi sembra che non ci sia proprio solidarietà, quando invece a Ventimiglia e in altri luoghi, iniziative di solidarietà sono nate.

Certo, nei vari territori queste iniziative ci sono e per fortuna sono sempre di più. Ventimiglia è un esempio che non trovi in prima pagina semplicemente perchè è un'iniziativa dal basso, che crea solidarietà e abbatte tutte quelle logiche di assistenzialismo e di gerarchia che vede il migrante che deve essere aiutato in maniera caritatevole. Nei vari territori le iniziative ci sono, ovviamente non fanno notizia perchè non ci sono cose su cui speculare o dichiarazioni di politici, però credo che ci sia bisogno di urlare un po' più forte il fatto che siamo in una situazione critica. Molti dicevano che tra un po' di anni studieremo come non stiamo gestendo questa, tra virgolette, emergenza e questo flusso migratorio. Adesso stanno mettendo i numeri nelle braccia ai migranti, mi sembra che si stiano toccando livelli abbastanza bassi.


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