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Bhopal, la bomba ambientale abbandonata da 30 anni

Il 3 dicembre 1984 una nube tossica provocò più di 20 mila vittime.


di Francesco Ditaranto
Categorie: Ambiente, Esteri
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30 anni fa una nube tossica, sprigionatasi dallo stabilimento per la produzione di fitofarmaci della Union Carbide a Bhopal, fece più di 20 mila vittime e 500 mila intossicati. Da allora nessuno ha pagato per quel disastro e l'area non è mai stata bonificata.

La notte del 3 dicembre 1984 una nube di isocianato di metile, un agente mortale, uccise più di 20 mila persone a Bhopal, in India. 5 mila morirono soltanto nelle 72 ore successive all'incidente nello stabilimento per la produzione di fitofarmaci di proprietà della multinazionale Union Carbide.

Da allora nessun componente dei vertici dell'azienda è stato condannato. Il risarcimento in denaro pagato dalla Union Carbide è stato fissato a 470 milioni di dollari, a fronte dei 3 miliardi richiesti. Corrisposto il risarcimento, la faccenda è stata considerata come archiviata.

Putroppo però le conseguenze di quella tragedia continuano a farsi sentire. La zona dell'incidente non è mai stata bonificata e lo stesso stabilimento è stato abbandonato dal momento dell'incidente. Il governo indiano ha cercato a più riprese di bonificare la zona, incontrando le resistenze degli abitanti dei luoghi individuati per lo smaltimento delle sostanze ancora stoccate nella fabbrica che fu teatro del disastro. Il motivo è semplice: lo smaltimento consisterebbe nella distruzione per incenerimento delle sostanze tossiche, con le conseguenze che si possono immaginare.

Il ruolo della multinazionale della bonifica è da considerarsi ormai nullo. Pagato il risarcimento, la Union Carbide ha considerato la vicenda chiusa.  Anche qualora si voglia constringere la multinazionale all'opera di bonifica sarebbe impossibile: la Union Carbide non esiste più e la nuova azienda che ne ha rilevato le strutture, la Dow Chemicals, ha già smentito a più riprese l'intenzione di impegnarsi nella bonifica.

Viene allora alla mente un parallelo, magari azzardato, con la nostra Ilva di Taranto. E se il piano di rilancio dell'azienda, approntato in questi giorni dal governo, finisse allo stesso modo? Se, cioè, scorporata l'azienda in bad company e newco, si facessero ricadere i costi della bonifica dell'area di Taranto interessata dall'avvelenamento da diossina (fissati in miliardi di euro) sulla bad company, vendendo poi ai privati la newco, ripulita e senza debiti? Chi pagherebbe per riportare ad un livello minimo di salubrità la periferia della città jonica?

Per il momento nessuno può dirlo.


Ascolta l'intervista a Matteo Miavaldi
Tags: Ambiente, Ilva, India

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