Radio Città Fujiko

Un atlante del comunismo tessuto da Lola Arias

Uniche date italiane di "Atlas des kommunismus" in scena all'Arena del Sole. Parole rosse a narrare l'edificazione di un sogno nella DDR e lo sgretolamento della nazione nel 1989.


di Simona Sagone
Categorie: Teatro
Atlas des Kommunismus Credit Esra Rothoff

Uno spettacolo per raccontare  storie personali che tracciano un filo rosso tra il treno di Lenin, autorizzato dalla Germania, che lo portò a San Pietroburgo nel 1917, alla nascita della DDR come ipotesi socialista per l'edificazione futura del comunismo, al trasformarsi di quel sogno in controllo e oppressione, fino allo sgretolarsi della nazione e al riaffacciarsi di nuovi fascismi nella Germania unita.

La regista argentina Lola Arias  ha immaginato di costruire un Atlante del comunismo congiungendo tra loro luoghi molto lontani geograficamente nei quali ci sono state donne e uomini che hanno sognato la realizzazione compiuta dell'utopia comunista a partire dalla sua Argentina, dove il sogno si è infranto all'avvento della dittatura militare.

Arias ha tessuto un racconto, una specie di documentario teatrale, attraverso le testimonianze soprattutto di donne di differenti generazioni che hanno vissuto nella DDR, vi hanno creduto e che hanno lavorato per edificare al suo interno una società giusta, insieme a testimonianze di giovani donne che non hanno direttamente vissuto in quella realtà politico sociale, ma i cui genitori hanno trasmesso loro ricordi e impressioni degli anni precedenti la caduta del muro.

Tra le protagoniste dello spettacolo Salomea, una signora ebrea di 85 anni nata nella Germania nazista emoziona con il racconto della notte dei cristalli nel '37 che segnò l'intensificarsi delle persecuzioni nei confronti della popolazione ebraica. Di lì a poco Salomea emigrò con la famiglia in Australia  e fu lì, in Australia, anni dopo, che scoprì il sogno del comunismo come opportunità di giustizia sociale e gentilezza, un sogno che la conquistò tanto da farle desiderare di entrare nella DDR per contribuire a realizzarlo trovandovi al contempo una vera patria in vui vivere. Giunta nella RDT Salomea scoprì che non solo col passaporto australiano non riuscirà ad essere ammessa alla DDR, ma venne anche contattata dalla Stasi che usò il suo giovane entusiasmo e la sua fiducia nella costruzione di percorsi di pace, per indurla a fare la spia prima 18 mesi a Berlino Ovest e poi a Est per ben 16 anni.

Solo negli anni '80, quando Salomea vide anche la propria vita minacciata, capì di essere stata ignara complice nella costruzione di un regime basato sul controllo e il sospetto, che molte vite ha schiacciato.

Nel gruppo portato in scena da Arias c'è anche una gentile signora di 74 anni che per gran parte della sua vita ha fatto la traduttrice nella DDR credendo anch'essa nel socialismo come anticamera del futuro comunismo da realizzare e che ha dovuto attendere la caduta del muro per poter liberamente scegliere se sposare o non sposare un "occidentale", un traduttore francese segretamente amato per molto tempo.

C'è nel gruppo anche un'Attrice di 65 anni che lavora dal '79 al Teatro Gorki di Berlino Est, il teatro che tra l'altro ha prodotto questo spettacolo, dal cui palcoscenico ha potuto seguire e mettere in scena lo sgretolarsi della nazione all'apertura delle frontiere e ha dovuto lavorare per ricostruire, insieme alla Germania unita, anche un pubblico per il suo teatro e per immaginare quale teatro offrire alla nuova società tedesca.

Lo spettacolo, oltre che di racconti, è fatto anche di musica: ci sono le canzoni cantate dalle giovani pioniere della DDR che miravano a sostenere in esse la convinzione di adempiere al grande compito di edificazione del comunismo; ci sono le canzoni politiche cantate da gruppi di militanti agli operai davanti alle fabbriche prospettando loro un futuro di giustizia salariale e di equità sociale; sono evocate  le canzoni popolari vietnamite che le lavoratrici a contratto nella DDR dovevano forzatamente cantare alle parate socialiste come "lavoratori ospiti" del Vietnam;  ci sono le canzoni provocatorie dei punk degli anni '80 cantando le quali si rischiava di finire in galera per "vilipendio dello Stato" com'è accaduto alla cantante presente in scena la quale, dopo un anno e mezzo nelle terribili prigioni della DDR, tornò coraggiosamente a cantare, pur con una figlia piccola, per denunciare il neonazismo serpeggiante nella Berlino Est.

Le protagoniste, a turno, raccontano le proprie esperienze di vita, punteggiate da fotografie d'epoca e, nell'ultima parte dello spettacolo vanno a narrare cosa è successo loro, o alle proprie famiglie, alla caduta del muro, dopo l'89, quando il sogno del comunismo da realizzare, in cui in tanti avevano creduto, andò in pezzi, insieme ai busti di Lenin sulle piazze di Berlino Est. Alcuni danzarono e brindarono, altri si sentirono usati e sconfitti. Tutte le testimonianze concordano sulla palpabile sensazione che l'apertura delle frontiere stesse aprendo innanzi tutto le porte al capitalismo, che era ciò che il comunismo aveva voluto contrastare.

  La nuova realtà ha portato con sé nuove problematiche, nuovi razzismi: verso "quelli della Germania dell'Est", verso gli stranieri da tempo residenti in Germania, verso i nuovi immigrati arrivati con i barconi attraverso il Mediterraneo e riusciti a superare le frontiere minacciando il germanico benessere.

Nella Germania contemporanea ogni testimone si è trovato a dover intraprendere nuove battaglie, come il giovane omosessuale dichiarato Tuckè, deriso e spesso malmenato, che ha deciso di aprire una biblioteca specializzata sui temi del mondo LGBT,  o come la giovane Helena che è entrata nell'associazione degli amici dei rifugiati per sostenere le loro lotte.

La piccola Matilda di 10 anni pone per tutto lo spettacolo domande alle altre testimoni, le incalza, vuole infine capire cosa sia il comunismo. Le risposte a questa ultima domanda si accavallano l'una sull'altra, ognuna è necessariamente parziale, racconta solo un pezzo della storia, una visione particolare sul fenomeno. Sul palco le protagoniste potrebbero andare avanti ore e giorni a cercare un punto in comune, una definizione univoca senza poterla trovare: appare chiaro nel finale che si può fare una mappatura delle esperienze comuniste, ma è impossibile definirlo, è qualcosa di sfuggente, esiste invero una definizione su che cosa sia per ogni individuo che lo ha sognato, che ha lottato per realizzarlo concretamente, che è morto nel suo nome o che ha combattuto una vita intera per impedirne l'affermazione, o che ha immaginato il suo ancora possibile futuro trionfo per una società giusta.

Spettacolo intenso ed entusiasmante con un ritmo serrato e mai banale, quello di Lola Arias che offre numerosi spunti per riflettere su diversi capitoli della storia del '900 e sulla nostra realtà presente utilizzando come possibile elemento di comprensione le vite vissute di donne e uomini reali, i loro sogni e le loro battaglie, nella consapevolezza dell'impossibilità di afferrare qualcosa di così sfuggente, come il reale significato di un'utopia sociale.

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