Radio Città Fujiko

Finale di stagione con tutto esaurito all'Arena per i "Peeping Tom"

La compagnia di teatro-danza belga con "32 rue Vandenbranden" entusiasma il pubblico giovane dell'Arena.


di Simona Sagone
Categorie: Teatro
Foto 32_rue_vandenbranden Pepping Tom.jpg
32 rue Vandenbranden credit Herman Sorgeloos

L'ultimo titolo in cartellone per la stagione del teatro Arena del sole è "32 rue Vandenbranden" premiato come miglior spettacolo di danza dell'anno nel 2015 a San Paolo in Brasile e con l'Oliver Award a Londra come "migliore  nuova produzione dell'Anno".

Lo spettacolo presentato a Bologna dalla compagnia belga Peeping Tom è sicuramente diverso da tutti gli spettacoli di teatro e di danza che abbiate mai visto. 

La scenografia cinematografica, con il cielo parapettato con nubi minacciose, la montagna in lontananza, il paesaggio innevato su case nordiche di lamiera e il fuocherello nella distesa pianura, è di grande impatto, completato da effetti sonori realistici con vento forte, suono di fondo da grandi spazi desertici.

Il concetto di tempo è abbandonato: ci troviamo di fronte al tempo interiore dei singoli personaggi che vivono le diverse situazioni ed ora è estremamente dilatato, ora compresso. Come spettatori assistiamo successivamente alla rapprerentazione di un'azione vissuta in modi differenti da diversi personaggi, così come ci vengono offerti diversi modi di percepire lo spazio abitato dai residenti della desolata 32 rue Vandenbranden.

La narrazione sembra inizialmente lineare e comprensibile, la danza completa la situazione presentata attorialmente, con iperboli acrobatiche e una disarticolazione del corpo che lascia senza parole.

In alcuni momenti del pure breve spettacolo, ci sono dilatazioni temporali che appaiono infinite, sorrette solo da suoni sintetici, ripetitivi e monotoni che assomigliano a sirene, che creano effetto di sospensione dell'azione, come se tutti fossero in attesa che succedesse qualcosa, o che qualcuno arrivasse, tuttavia in queste sospensioni non si comprende più il nesso tra gli assoli danzati e la storia collettiva narrata.

L'uso di brani di musica classica, compresa la scelta dell'aria Belliniana "Casta diva", risulta di maggior effetto rispetto ai suoni sintetici e suscita  vivo entusiasmo la voce della cantante Eurudike De Beul, davvero eccezionale anche nei brani pop successivi.

Scene di notevole intensità se ne ravvisano diverse che sembrano sostenere le scelte dei giudici delle commissioni assegnatarie dei premi attribuiti a questo spettacolo, complessivamente però appare più evidente la novità, l'originalità, delle scelte scenografiche e registiche, più che l' eccezionalità della parte interpretativa sia attoriale che di danza. 

Rispetto alla danza colpiscono le acrobazie dell'asiatico Hun- Mok Jung, e la flessibilità estrema, ai limiti del contorsionismo, della danzatrice Maria Carolina Vieira.

La scena che personalmente mi ha catturata maggiormente è stata quella in cui la giovane in cinta (Marie Gyselbrecht), sola e desiderosa di condividere con altri la sua vita, bussa alla porta della coppia di vicini dicendo "sono venuta solo a dire ciao". Si percepisce tutta l'angoscia della futura madre single che sogna di avere un marito come quello della vicina (di cui in quell'istante immagina di prendere il posto, guardando al contempo compiaciuta la disperazione della moglie tradita esclusa da quella che si è sostituita a lei come moglie e amante). 

Tutti i personaggi raccontano col corpo il proprio disagio per la vita isolata che conducono, c'è molta solitudine e disperazione. Alcuni, come la  giovane coppia, trovano una ragione per stare assieme, nonostante la lite iniziale e,  del loro legame, fanno motivo di vita. 

In altri prevale il dolore, la disillusione, rispetto ai sogni e alle aspettative comunicate, attraverso lo sdoppiamento dei piani di realtà, al pubblico.

I sogni non corrispondono alla realtà esistente, ciascun personaggio intimamente desidera qualcosa che non può avere finendo per isolarsi ancora di più tra le mura domestiche portandosi dentro il dolore di non poter essere ciò che si vorrebbe essere.

C'è un'interessante gioco tra ciò che succede fuori, sulla strada e ciò che accade dentro le case. Dalle mal chiuse finestre, da tende non tirate, lo spettatore, come un guardone, intravede i personaggi vestirsi o svestirsi, far l'amore, pettinarsi, guardarsi in silenzio. Lo spettatore vìola la privacy del personaggio nella propria casa; quando i personaggi agiscono fuori casa sembrano per lo più consci di dover mantenere un contegno, essere decorsi, con un abito appropriato e un modo di fare cordiale, tuttavia, causa l'isolamento delle case della via nel paesaggio desolato, alcuni si comportano anche in esterno come se fossero soli (vedi scena masturbazione), e vengono comicamente sorpresi da spettatori interni alla scena, estranei al gruppo di  residenti. 

Oggi che non si parla che di privacy per l'entrata in vigore della nuova legge europea, suona interessante questa indagine sulla consapevolezza o inconsapevolezza da parte del singolo di essere oggetto di uno sguardo non autorizzato e in fondo agire davanti a una finestra aperta o in una piazza, pensando che nessuno ci veda, ha molto a che fare con tutto quello che facciamo e mostriamo di noi sulle piazze virtuali reclamando poi a gran voce il diritto a mantenere il riserbo.

Al momento degli applausi sono piovuti fragorosi da ogni ordine del teatro, davvero affollato, eppure pur plaudendo personalmemte alla bravura della cantante De Beul e  facendo tanto di cappello davanti allo scenografo, ho sentito disagio di fronte a tanto convinto consenso alla pièce, trovandomi a pensare di aver visto in fondo molti spettacoli forse meno originali sul piano formale, ma più soddisfacenti dal punto di vista coeografico ed anche emozionale, fermo restando il giudizio estremamente positivo sulla presenza scenica e sulla voce di Euridike nonché su scene, luci e costumi. 

La sensazione è stata quella di aver assistito a scene curate maniacalmente di grande raffinatezza, in un quadro generale di cui mancavano dei tasselli.

La compagnia Peeping Tom  chiude la stagione teatrale bolognese con questo spettacolo sicuramente difficile da dimenticare, nonostante le perplessità sollevate, facendo riflettere sul fatto che il teatro sta cambiando e i giovani spettatori, così plaudenti, forse sono già attezzati per afferrare il nuovo sentire, mente noi più in là con gli anni, dobbiamo presentarci davanti a ciò che è nuovo con occhi curiosi, senza pregiudizi,  per valutarlo intercettando lo spitito della trasformazione, dove lo si ravvisi, attenti anche a stimare bene il valore delle perle che ci vengono poste sotto gli occhi così da non prendere per vere tutte quelle che vengono solo portate in un astuccio nuovo.

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