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Antigone di preziosa eleganza all'Arena del Sole

Fino all'8 aprile in scena l'Antigone di Federico Tiezzi il trionfo della semplicità del classico da cui emergono imponenti i conflitti eterni che attanagliano le coscienze


di Simona Sagone
Categorie: Teatro
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Legge della  philía o legge del krátos, degli affetti familiari o dell'autorità legittima. Questioni che non sono mai diventate obsolete: seppellire un fratello contravvenedo alla legge del re Creonte assomiglia molto al dilemma della guida alpina che ha dovuto scegliere, pochi giorni fa, se lasciare morire di parto una donna straniera in mezzo alla neve con i suoi figli, o se portarla all'ospedale francese più vicino contravvenendo una legge dello stato. 

L'Antigone di Tiezzi,  realizzato con attori eccellenti, in un' atmosfera sobria ed elegante,  porta gli spettatori a godere delle sottigliezze del testo, a sorridere e insieme dolersi della ironia tragica che risiede nella polivalenza, polisemicità delle parole usate dai protagonisti che solo nelle nostre menti possono essere contemplati contemporaneamente, mentre in scena ogni personaggio afferma il proprio pensiero unilateralmente, avendo presente solo un possibile senso per il nómos che é legge interiore per Antigone,  rispetto degli affetti più cari, legati alla famiglia, mentre é legge dello stato, delle più alte autorità per Creonte. 

L'incomunicabilità del linguaggio nell'Antigone, sottolineata dal famoso testo di Vernant e Vidal - Naquet "Mito e tragedia nell'antica Grecia",  viene subito esplicitata ad apertura di sipario presentando i protagonisti seduti a tavola idealmente insieme, una tavola borghese novecentesca, attorno alla quale regna il silenzio, non potendovi essere alcuna reale possibilità di dialogo, di comprensione. Ognuno consuma il suo pasto in solitudine, pur sedendo accanto agli altri. L'unico interesse comune è esterno alla situazione domestica, rappresentato dal cadavere di un uomo che giace lontano dalla tavola, a bordo palco, coperto da un lenzuolo madido di sangue. 

Se comune è l'interesse per il cadavere, diverse le reazioni: di rabbia e desiderio di vendetta per Creonte, di pietà e dolore per Antigone e Ismene. Euridice ed Emone sembrano non prendere posizione, mossi da contrastanti sentimenti. 

Tiezzi ambienta la scena in un obitorio in cui giacciono cadaveri su barelle: sono i corpi dei guerrieri tebani che riceveranno degna sepoltura avendo combattuto per la difesa della città, mentre l'ordine del re è di lasciare insepolto il corpo di Polinice, fratello di Antigone e Ismene, perché unitosi all'esercito nemico, proveniente dalla città di Argo, che ha attacato Tebe alle sue sette porte. Polinice è stato ucciso dal suo stesso fratello Eteocle, causandone a propria volta la morte. Insopportabile per Antigone che Polinice resti insepolto, anche se si è posto contro la città natale arrivando a combattere e uccidere un fratello.

Antigone chiede ad Ismene aiuto per trafugare il cadavere di Polinice e dargli sepoltura. Ismene, paurosa e rispettosa della legge della città, lascia sola Antigone a contravvenire alla legge del re, in nome della legge degli affetti. 

Nel conflitto tra Antigone e Creonte, Tiezzi enfatizza le battute che sottolieano come la questione coinvolga una guerra tra i sessi, tra il patriarcato in quel tempo vigente in Grecia, per il quale è impensabile che una donna possa dettare la propria legge su un uomo,  e il precedente matriarcato, legato ad una religiosità più arcaica e magica ma pur ancora forte, a cui persino Creonte, a tragedia conclusa, capisce di non potersi sottrarre, di aver rinnegato a torto, arrivando così a perdere ogni affetto a colpa della propria ostinazione.

 Questa messa in scena di Tiezzi ricorda la forza e la pulizia formale delle tre cantiche dantesche da lui portate in tournée tra la fine degli anni '80 e primi anni '90, che credo abbiano ipnotizzato centinaia di spettatori tra i quali tanti giovani liceali, come ero anch'io allora, giovani molto simili a quelli che hanno affollato l'Arena del Sole per vedere rappresentata una delle tragedie greche più studiate sui banchi dei licei proprio per la pesenza di quei nodi coflittuali senza tempo che la imperniano.

Sandro Lombardi è immenso nella sua ieraticità, nella compostezza scossa solo sul finale da un afflato di amore per il figlio morto accanto alla sua amata Antigone e per la moglie suicidatasi dopo aver appreso della morte di Emone.

Lucrezia Guidone ha affrontato coraggiosamente il ruolo di Antigone dimostrandosi capace di un tal fardello.

Divertente e straordinario, pur nel piccolo ruolo della guardia, Massimo Verdastro che colpisce per la scelta interpretativa.

Non passa inosservata nemmeno Francesca Mazza nel coro, con la sua caratteristica impronta vocale e la sua bravura, anche interprete di Euridice che appare chiusa in un dolore indicibile di donna sottomessa al potente re e marito Creonte stretta nella sua vestaglia da casta moglie.

In generale tutti i cori dello spettacolo sono perfettamente orchestrati e di grande effetto. La regia sapiente, ma apparentemente invisibile, è capace di far emergere un punto di vista esterno alla coppia Creonte/Antigone che propende ora per l'interpretazione ai nómoi, alle leggi, propria di Antigone, ora per quella di Creonte ed anticipa, con l'immaginazione, gli esiti che verranno alla vicenda. In particolare va segnalata la forza suggestiva del 3° coro in cui Tiezzi ha scelto di utilizzare il canto come elemento portante ed i coristi si impegnano in una sorta di danza durante la quale spargono della polvere rossa, anticipo del sangue che ancora scorrerà a Tebe per le decisioni irrevocabili dei protagonisti i quali vedono compiersi il proprio destino, un destino al quale nessun uomo può sottrarsi perchè dagli Dei imposto.

Ancora una volta sul lato tragico prevale in fondo l'ironia: tutto è già deciso dagli dei, l'unica possibilità per gli umani di essere eroici è assumersi la responsabilità delle proprie azioni, nel compiere il proprio destino pre assegnato.

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