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Aldrovandi, non scuse ma fatti

Alcune considerazioni dopo l'intimidazione a Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi.


di Alessandro Canella
Categorie: Movimento, Giustizia

A Ferrara è stata gravemente violata la tranquillità di Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi. Chi ha solidarizzato con gli assassini non poteva non sapere. Ora lo Stato e la Questura di Ferrara dimostrino coi fatti che la polizia non è così.

Ci sono momenti ed argomenti in cui mantenere la terzietà giornalistica non è necessario e forse nemmeno opportuno. Penso che quanto accaduto oggi a Ferrara rappresenti uno di quei momenti. Per quei pochi, come me e come la redazione di Radio Città Fujiko, che hanno seguito con attenzione la vicenda di Federico Aldrovandi da quel tragico 25 settembre 2005, l'investimento emotivo, oltre che professionale, è tanto. Non per questo è impossibile avere un approccio lucido alla realtà, per il semplice fatto che ora la storia di Federico e della battaglia della sua famiglia è talmente chiara, che non possono esserci dubbi su dove stia la verità.

Ricordo che dopo l'omicidio di Federico, l'apertura del blog da parte di mamma Patrizia e il (poco) clamore iniziale che la vicenda aveva suscitato, soprattutto nei mezzi di informazione "alternativi", in radio ricevemmo la visita di due carabinieri. Ci chiesero di consegnare gli archivi audio, in particolare le registrazioni delle interviste a Patrizia. Rifiutammo cortesemente, facendo sapere che avremmo consegnato le registrazioni solo in presenza di un mandato. Mandato che non arrivò mai, carabinieri che non tornarono più. Era chiaramente un tentativo di intimidazione che, anzi, ci servì per capire che la vicenda avrebbe assunto una rilevanza particolare. Così è stato.

L'intimidazione che ha subito oggi Patrizia Moretti, però, è qualcosa di imparagonabile a quell'episodio: è qualcosa di gravissimo e allarmante, che deve spingerci a riflettere e, soprattutto, a reagire. A qualcuno potrà sembrare forzato o addirittura esagerato, ma quanto accaduto mi ha fatto tornare alla mente la storia di Amedeo Lipparini.
Amedeo Lipparini era un sindacalista socialista, che il 29 aprile 1921 fu assassinato dai fascisti mentre svolgeva una riunione sindacale a Santa Maria in Duno, frazione di Bentivoglio. La squadraccia fece irruzione nell'assemblea e sparò ai presenti, mentre stavano discutendo di lavoro. Oltre all'omicidio, dunque, il fatto fu grave anche perché violò un luogo e un momento di democrazia.

Nessuno vuole accusare di omicidio i poliziotti del Coisp, sia ben chiaro, anche se loro solidarizzano con quattro agenti condannati per omicidio con sentenza definitiva.
Resta il fatto che manifestare per un motivo così aberrante, sotto il luogo di lavoro della madre di una vittima delle forze dell'ordine, rappresenta un'azione intimidatoria che ha il sapore di quanto accaduto nel 1921.
E non si venga a dire, come ha fatto un dirigente del Coisp a cui certi mezzi di comunicazione hanno inopportunamente dato spazio, che i manifestanti non sapevano che Patrizia Moretti lavorava lì. Sono affermazioni palesemente false per almeno due motivi. Il primo è che il sindaco di Ferrara, Tiziano Tagliani, è sceso appositamente in piazza per riferirglielo. La reazione dei manifestanti è stata così aggressiva e violenta, che è impossibile pensare che non ci fosse la consapevolezza di quello che stavano facendo. Il che rende tutto ancora più grave.
Il secondo motivo è che, come ci ha riferito la stessa Patrizia Moretti, era un mese che il furgoncino di questo sindacato di polizia girava per le strade di Ferrara, portando il proprio messaggio e la solidarietà agli assassini di Federico.

La tranquillità di Patrizia Moretti è stata gravemente violata. Quei poliziotti stamattina erano là per intimidirla o quantomeno per disturbarla in un luogo - il luogo di lavoro - che rappresenta una delle poche opportunità che Patrizia ha per cercare di far tornare "normale" la propria esistenza. Un accanimento, uno sciacallaggio (come l'ha definito il giornalista Checchino Antonini) tale da far tornare in mente le parole di Vittorio Arrigoni: "restiamo umani". Cosa c'è di umano in tutto questo? Qual è il senso di negare l'evidenza, confermata da tre gradi di giudizio di un processo, su quanto accaduto a Federico? La risposta è tragica: non c'è nulla di umano.

Si può dire che il Coisp è un sindacato minoritario, che saranno sì e no 30 persone in tutta Italia in cerca di visibilità. Si può dire che rappresenta una delle frange più reazionarie della polizia e che in realtà ci sono tanti poliziotti che svolgono correttamente il proprio lavoro. Vogliamo credere che sia così, ma non basta.
Lo Stato deve dimostrarci che è così. La Questura di Ferrara, che ha le sue belle grane nel processo bis per i depistaggi alle indagini sulla morte di Federico, deve dimostrare che non si sente lontanamente rappresentata da quelle persone.
Non pretendiamo dichiarazioni ufficiali del Ministero degli Interni o del questore di Ferrara. Accettiamo solo i fatti.

Allo Stato chiediamo che licenzi i quattro agenti che hanno ucciso Federico. La commissione disciplinare si riunisca e decida che non sono più degni di indossare una divisa. Ne va dell'onorabilità stessa dello Stato, che è cosa ben diversa dal tentare di coprire le malefatte di qualche militare, come vorrebbe far credere l'ormai ex ministro Giulio Terzi a proposito dei due marò.
Alle nostre Istituzioni chiediamo anche di interrogarsi sui metodi di addestramento delle forze dell'ordine, che devono necessariamente abbandonare l'aggressività e l'educazione parafascista, la retorica del potere delle armi e dell'obbedienza ad un capo, per abbracciare invece uno spirito di servizio e di difesa della cittadinanza.
La Questura di Ferrara, invece, dimostri apertamente che il senso delle Istituzioni, tanto sbandierato da certa retorica securitaria, impedisce di solidarizzare pubblicamente e in modo corporativo con 4 responsabili di omicidio e che, men che meno, si possa andare ad intimidire un cittadino.
Dimostri, infine, di volersi rappacificare con la città di Ferrara, ferita dall'omicidio di Aldrovandi e non permetta, invece, che alcuni poliziotti facciano salire in modo pericoloso la tensione.

Permettetemi infine un'ultima riflessione sul sindaco della città estense, Tiziano Tagliani. Oltre al gesto nobile di oggi, fin dall'inizio scelse da che parte stare e fu subito quella delle vittime.
Non è così scontato, specialmente guardando la classe dirigente attuale, che per paura di perdere qualche voto non compie mai una scelta di campo netta. Il sindaco avrebbe potuto trincerarsi dietro un no comment, dato che la questione non lo riguardava. Invece ha fatto una scelta di civiltà e, a mio avviso, ha incarnato il meglio che le Istituzioni possono offrire. Sia da esempio a tanti altri politici pavidi che, anche a livello locale, purtroppo allontano i cittadini dalle Istituzioni.

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