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Aldrovandi: le ultime speranze per ottenere giustizia

Intervista a Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi.


di Alessandro Canella
Categorie: Movimento
Federico Aldrovandi

Domani il Tribunale di Sorveglianza decide se i 4 agenti che hanno ucciso Federico andranno in carcere o saranno affidati ai servizi sociali. Saranno invece le commissioni a decidere se indosseranno ancora una divisa. La mamma di Aldrovandi a processo per diffamazione all'ex pm Guerra: "Sono serena, ma ne avrei fatto a meno".

Dopo la condanna definitiva a 3 anni e 6 mesi per l'omicidio colposo di Federico Aldrovandi, la sorte dei quattro agenti, che il 25 settembre provocarono la morte del diciottenne ferrarese, sarà decisa dal Tribunale di Sorveglianza di Bologna. Domani, infatti, i giudici si riuniranno a porte chiuse per decidere se i condannati dovranno scontare i sei mesi residui (3 anni sono stati scontati per l'indulto) in carcere o se invece, come hanno richiesto, verranno affidati ai servizi sociali.
"Penso che non si deciderà per la carcerazione - commenta Patrizia Moretti, mamma di Federico - ma è paradossale pensare che sei mesi ai servizi sociali sia una condanna congrua".

Più che la condanna e le sue possibili formule, però, quel che conta è il futuro di queste persone una volta scontata la pena. A questo proposito la decisione spetta alle commissioni disciplinari. "Deve essere lo Stato - sottolinea Moretti - quindi i datori di lavoro di queste persone, a decidere se sono degni di portare una divisa o se verranno radiati dalla polizia". Nella condanna, per il tipo di reato contestato, infatti, non sono previste pene accessorie che includano l'interdizione dai pubblici uffici.
"Noi non sappiamo le tempistiche di queste commissioni", lamenta la mamma di Federico.

L'odissea cominciata tragicamente quel 25 settembre 2005, però, non è ancora finito. Proprio Patrizia Moretti, insieme a giornalisti e direttori della Nuova Ferrara, vestono ora i panni degli imputati nel processo per diffamazione seguito alla querela dell'ex pm Mariaemanuela Guerra. La famiglia Aldrovandi e i giornalisti della testata estense criticarono l'eccessiva lentezza delle indagini proprio quando la titolarità spettava alla dottoressa Guerra.
"Sono serena - assicura Moretti - anche se di questo processo avrei volentieri fatto a meno". La mamma di Federico sostiene che non vi fu alcuna diffamazione ma che fu esercitato il diritto di cronaca e di critica. "Avevo ed ho dolori più grandi per mettermi a diffamare qualcuno".

Infine la politica, con la lettera scritta da alcuni familiari di vittime delle forze dell'ordine e indirizzata ad Antonio Ingroia e agli altri candidati premier della sinistra alle elezioni e firmata anche dalla Moretti.
"Chiedavamo l'introduzione del reato di tortura, dei numeri identificativi sulle divise degli agenti e altre misure che servirebbero affinché i casi di Federico e di tanti altri non si verifichino più".
Ad oggi, però, nessun candidato ha risposto con un impegno preciso su quei temi.


Ascolta l'intervista a Patrizia Moretti

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