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AfghanExit, l'imprevedibilità di Trump e le liti governative italiane

L'ipotesi di un accordo tra Usa e talebani per il ritiro dal Paese.


di Alessandro Canella
Categorie: Esteri
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Dopo aver intensificato i bombardamenti ad inizio mandato, Trump fa un'inversione totale per una exit strategy dall'Afghanistan: trattativa e accordo coi talebani. In Italia la ministra Trenta si fa prendere dall'entusiasmo e annuncia un possibile ritiro entro 12 mesi, facendo arrabbiare la Lega. Dopo quarant'anni di guerre il Paese sta male. Emanuele Giordana: "Si investano fondi per la ricostruzione".

La storia è spesso imprevedibile, ma se a farla è Donald Trump lo è ancora di più. La guerra in Afghanistan, scoppiata formalmente dopo l'attentato alle Torri Gemelle, potrebbe risolversi e finire con un accordo tra gli Stati Uniti, la Nato e quelli che gli americani, diciassette anni fa, indicarono come il nemico pubblico numero uno: i talebani.
È quanto si evince dalle parole di Zalmay Khalilzad, l'inviato Usa in Afghanistan, che ha annunciato una bozza di accordo con i talebani come risultato di sei giorni di vertice a Doha, in Qatar.

Si tratta di un'intesa preliminare che potrebbe portare ad un accordo definitivo per la soluzione del conflitto, che ha provocato oltre mezzo milione di morti. Gli Stati Uniti e la Nato potrebbero ritirarsi entro due anni dal Paese, qualora i talebani accettassero alcune condizioni.
In particolare, questi ultimi dovrebbero impegnarsi ad impedire che l'Afghanistan sia ancora una base per gruppi terroristici jihadisti, dovrebbero accettare un cessate-il-fuoco e di svolgere colloqui diretti col governo di Kabul.

"Trump ha adottato una strategia di buon senso - commenta ai nostri microfoni il giornalista Emanuele Giordana, fondatore di Lettera 22 - Poichè quella guerra non si poteva vincere ed è molto costosa per gli Stati Uniti, Trump ha pensato ad una nuova exit strategy".
Giordana sottolinea che il cambio di strategia da parte di Trump è un'inversione di rotta a 360°, dal momento che, ad inizio mandato, aveva invece optato per un'intensificazione dei bombardamenti e dei soldati statunitensi nel Paese.

Le incognite perché l'accordo vada a buon fine sono molte. Da un lato l'andamento stesso del negoziato appena cominciato: "C'è un'agenda condivisa - sottolinea il giornalista - ma ci sono ancora molti nodi da sciogliere". Uno su tutti è che fine farà la base statunitense di Baghram, che è un avamposto funzionale agli Usa per controllare sia la Russia che l'Iran.
L'incognità più grossa, però, è l'imprevedibilità stessa di Donald Trump, poiché bisogna sperare che non cambi idea nuovamente, come ci ha abituati per altre questioni internazionali.

LA SITUAZIONE DEL PAESE
"Se si conta che dall'invasione sovietica del 1979 ad oggi sono 40 anni di conflitti, si può dire solamente che l'Afghanistan sta male", osserva Giordana.
Il Paese ha conseguito alcune conquiste, in particolare sul tema dell'istruzione e delle questioni di genere, ma sono poca cosa rispetto a conflitti così lunghi, che hanno distrutto il tessuto sociale, quello infrastrutturale e il mercato del lavoro.

"L'Afghanistan è un Paese dove sono girati molti soldi - spiega Giordana - I soldi della guerra hanno creato opportunità e ricchezza, ma in maniera diseguale e per una strettissima cerchia di persone. La maggior parte della popolazione, che in gran parte è rurale o inurbata di recente dalle campagne, continua a vivere in condizioni terribili, in un Paese dove ogni anno 400mila persone entrano in un mercato del lavoro asfittico e senza regole o diritti".
Andandocene dall'Afghanistan, come lo stesso giornalista auspica, lasceremmo un Paese semidistrutto. "Dopo aver speso tanti soldi in armi e soldati - insiste Giordana - l'impegno dovrebbe essere quello di aiutare questo popolo nella ricostruzione. Se non lo aiutiamo, riprecipiterà nuovamente in una fase bellica".

IL MOVIMENTO SPONTANEO PER LA PACE
Nell'estate scorsa, nella quasi totale indifferenza dei media internazionali, in Afghanistan era nato un movimento spontaneo e dal basso, che aveva portato la popolazione civile a marciare per centinaia di chilometri chiedendo la pace.
Eppure, quel movimento era un'occasione che le diplomazione internazionali non hanno saputo cogliere. "Tutto quello che sta succedendo ora - osserva Giordana - è figlio anche di quella mobilitazione, dal momento che ha reso evidente che non c'è più consenso per la guerra e per le fazioni".

IL CASO ITALIANO
Il cambio di strategia statunitense in Afghanistan ha prodotto un nuovo fronte di scontro all'interno della maggioranza di governo in Italia.
In particolare, la ministra della Difesa Elisabetta Trenta si è resa protagonista di una mossa che è apparsa unilaterale e che ha spiazzato il collega degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi.
Con le "disposizioni al Comando operativo di vertice interforze (Coi) di valutare l'avvio di una pianificazione per il ritiro del contingente italiano in Afghanistan con un orizzonte temporale che potrebbe essere quello di 12 mesi", Trenta ha forzato la linea del governo, che sul tema non aveva discusso. L'irritazione leghista non si è fatta attendere.

"Un'ipotesi possibile è che quello italiano sia un segnale, richiesto dall'alleato statunitense, per mostrare ai talebani che effettivamente la Nato abbandonerà l'Afghanistan", suggerisce Giordana.
Eppure, conclude il giornalista, entrambe le componenti del governo, sia Lega che M5S, avevano promesso in campagna elettorale che avrebbero ritirato il contingente dal Paese: "Ora che c'è l'occasione è strano che non sia stata sfruttata politicamente di più. Forse questo avverrà una volta che sarà certo che ci sia un'agenda di ritiro delle forze occidentali".

ASCOLTA L'INTERVISTA AD EMANUELE GIORDANA:

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