Il 28 ottobre prossimo si terrà l’udienza preliminare del processo Aemilia, sull’infiltrazione della ‘ndrangheta nella nostra regione. Il professor Enzo Ciconte, esperto di fenomeni mafiosi al nord, racconta come le mafie hanno cambiato il loro approccio per radicarsi sul territorio.

Si terrà il prossimo 28 ottobre l’udienza preliminare del processo Aemilia sulle infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna. L’inchiesta, che l’anno scorso produsse sgomento nella nostra regione, ha svelato come la ‘ndrangheta sia ormai ben inserita nel territorio emiliano-romagnolo, stringa accordi e faccia affari con il tessuto economico.
Nel corso del Festival della Legalità, in corso a Ferrara, è intervenuto anche Enzo Ciconte, docente universitario, studioso ed esperto di fenomeni mafiosi, che ha tracciato un quadro sui cambiamenti della criminalità organizzata al nord, in particolare in Emilia.

Se per Ciconte è dimostrabile che ancora le mafie faticano ad avere il controllo del territorio, dal momento che il senso civico dei cittadini spinge a segnalare attività sospette che spesso si traducono in inchieste giudiziarie, molte cose sono mutate, in negativo, per quanto riguarda i rapporti con l’impreditoria e la politica.
Fino a qualche tempo fa gli imprenditori erano essenzialmente vittime delle mafie – spiega Ciconte – dovendo pagare il pizzo, ora stringono accordi e si rivolgono alla criminalità organizzata, sia per l’accesso al credito, sia per risolvere questioni nate dopo tentativi di corruzione”.

Anche la politica regionale ha mutato atteggiamento negli ultimi anni. “In Emilia Romagna la classe politica non aveva mai stretto rapporti con le mafie – osserva il professore – mentre ora, come dimostra il coinvolgimento di alcuni politici nell’inchiesta Aemilia, ha cominciato a stringere pericolosi patti“.
Ciò, secondo l’esperto, è dovuto alla trasformazione delle forme della politica, impegnata in una perenne campagna elettorale e interessata soprattutto alla ricerca di voti, che prima della crisi dei partiti riusciva a garantirsi in autonomia.

Un altro indicatore, secondo Ciconte, riguarda le minacce ai giornalisti, che da qualche anno iniziano a manifestarsi anche nella nostra regione. Da Giovanni Tizian, giornalista sotto scorta, a diversi colleghi di testate locali che hanno subito avvertimenti mafiosi.
Da un lato, la notizia ha un risvolto positivo: l’editoria locale emiliano romagnola è attenta al fenomeno e ha iniziato a parlarne e ad indagare. Dall’altro, però, stiamo importando un brutto fenomeno.

Per Ciconte, però, non esistono solo novità negative. Le leggi e i provvedimenti che la Regione ha approvato e intende approvare sembrano reggere. “Basti vedere cos’è successo nella ricostruzione post terremoto – sottolinea lo studioso – dove una sola azienda che voleva aggiudicarsi lavori è risultata coinvolta nella criminalità organizzata. Ben diverso, ad esempio, quello che è successo nella ricostruzione dopo il terremoto de L’Aquila”. Lo strumento della “white list” predisposto dalla Regione, secondo Ciconte, ha funzionato, anche se non bisogna mai abbassare la guardia.