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Addio Tsipras, la fine precoce di una speranza

Il premier greco si è dimesso. Elezioni anticipate a settembre.


di Alessandro Canella
Categorie: Esteri
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Il premier greco si è dimesso dopo una trattativa estenuante con la Troika e un accordo che a molti pare una resa. Elezioni anticipate a settembre. Un bilancio di un operato per nulla lineare.

Diciamo la verità: abbiamo capito ben poco di quanto è avvenuto in Grecia negli ultimi sette mesi. Dalla vittoria di Syriza alle elezioni politiche del gennaio scorso, che in molti hanno considerato come l'inizio di una nuova fase politica in tutta Europa, fino alle dimissioni di Alexis Tsipras annunciate ieri, non è facile farsi un'idea lineare di avvenimenti, strategie e intenzioni piuttosto convulsi.
Non è facile anche per il fatto che potrebbero esserci molte cose che non sappiamo, avvenute nelle segrete stanze di uno dei tanti vertici europei sulla Grecia o nei palazzi ellenici.
Non è facile anche perché sulla Grecia i media si sono trasformati in tifosi: da un lato i sostenitori accaniti dell'oligarchia finanziaria, dall'altro - spiace dirlo - alcuni colleghi greci oggettivamente poco oggettivi.

Eletto per applicare l'ambizioso programma di Salonicco, quello che mirava a cambiare le politiche di austerity in favore di un'idea sociale progressista, Alexis Tsipras ha subito dimostrato di essere un politico spregiudicato e non convenzionale, stringendo un'alleanza con la destra di Anel e nominando Yanis Varoufakis ministro delle Finanze.
È lì che è stata seminata una speranza per tutti i popoli europei piegati dalla crisi e dalle ricette neoliberiste.
Per molto tempo del suo breve mandato, Tsipras ha tenuto fede a quella promessa di cambiamento, ingaggiando una lotta durissima contro la Troika e i poteri finanziari. Una lotta, va ricordato, condotta da solo, senza il benché minimo sostegno degli altri leader europei formalmente progressisti.

Il premier e il governo ellenico, durante la difficile trattativa, hanno utilizzato tutti i pochi strumenti democratici a loro disposizione, fino ad arrivare al referendum con cui il popolo greco ha respinto l'ennesimo memorandum ed ha rivendicato sovranità.
È forse in quel momento che il calcolo politico e le tattiche inusuali di Tsipras hanno subìto un contraccolpo. Qualcosa è andato storto? Cos'ha fatto cambiare idea e linea politica al premier greco? Non sono domande a cui è facile dare una risposta.
Quel che è certo è che da quel momento la sua condotta è radicalmente cambiata, allineandosi a quella già nota dei premier europei, come l'italiano Renzi, che accettano supinamente i diktat finanziari, fingendo talvolta di alzare la voce.

È difficile non considerare quella di Tsipras una resa, anche se non è certo più facile capire se potesse realisticamente esserci una soluzione migliore per il popolo greco.
Anche in questo caso i media e l'opinione pubblica non sono molto di aiuto. Da un lato i tsipriani di convenienza, tra cui molti grillini, hanno gettato la maschera, dimostrando quanto peloso fosse il loro tifo. Altri, più oltranzisti, sono diventati acerrimi nemici del premier greco, considerandolo un traditore voltagabbana, forti del fatto che non solo loro a dover compiere una scelta, né a pagarne le conseguenze.
Altri ancora, invece, sono rimasti fedeli alla linea anche se la linea è cambiata. I sudditi della tecnocrazia, infine, hanno salutato con favore quello che è sembrato un addomesticamento del leader greco.

Ciò che non è cambiato è il muro europeo, i cui mattoni più pesanti continuano ad essere quelli della Germania. Non sorprende che sia una società tedesca ad essersi accaparrata gli aeroporti ellenici - un rischio che i funzionari di Syriza denunciavano da tempo - e non sorprende che nessuno abbia tentato di mettere in minoranza i falchi di Schauble.
Quel che non è chiaro abbastanza ai leader degli altri Stati, invece, è che il servilismo e la fedeltà dimostrati, l'aver fatto "i compiti a casa", non li metterà affatto al riparo dalla voracità del turbocapitalismo.

Ora Alexis Tsipras si è dimesso. Un'ipotesi ventilata da tempo che si è concretizzata e che, a detta di molti osservatori vicini al premier uscente, dovrebbe rappresentare una mossa tattica per tornare a vincere le elezioni ed avere più forza.
Un calcolo che potrebbe rivelarsi un tantino sovrastimato, vista la lacerazione che Syriza ha subìto, il perdurare della crisi in Grecia e le riforme che Tsipras ha dovuto far approvare.
Anche qualora tornasse a vincere, però, restano molti interrogativi sulla prospettiva del Paese e più in generale di chi in Europa chiede un cambiamento.

Quella speranza che il leader ellenico ha rappresentato, a meno che non subentino eventi eccezionali difficilmente ipotizzabili, sembra essersi precocemente spenta.
Tutto ciò ci insegna, una volta di più, che non è possibile affidare ad una sola persona i propri destini, che la delega sui diritti non funziona, che occorre investire se stessi e mettersi in gioco, perché il cambiamento non arriva, il cambiamento è o non è.

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