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Addio di Civati, Lo Giudice: "Ecco perché io resto"

L'intervista al senatore "civatiano" del Pd Sergio Lo Giudice.


di Alessandro Canella
Categorie: Politica
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Dopo mesi di annunci, ieri Giuseppe Civati ha lasciato il Partito Democratico, di cui non condivideva più alcuni contenuti e modalità. A restare nel partito, invece, sono tutti i "civatiani". Noi abbiamo intervistato il senatore Sergio Lo Giudice che motiva la sua permanenza.

Lo aveva detto un sacco di volte, ma non lo aveva fatto, al punto da sollevare l'ironia del web sul suo tira e molla. Ieri invece Pippo Civati ha abbandonato davvero il Pd, non condividendone più la dialettica interna e i contenuti di alcuni provvedimenti.
La notizia dell'addio ha provocato reazioni molto eterogenee: da chi, all'interno della maggioranza Pd, ha esultato per l'abbandono di un personaggio considerato fastidioso, a chi si dice dispiaciuto, fino a chi sostiene la scelta e lo incoraggia.

A restare, invece, sono deputati e senatori che avevano sostenuto Civati alle ultime primarie per la leadership del partito, quelle che hanno portato all'incoronazione definitiva di Matteo Renzi.
Le caselle di posta elettronica delle varie testate giornalistiche, ieri, si sono riempite di comunicati di civatiani che, ringraziando il fuoriuscito e rammaricandosi per l'abbandono, motivavano, invece, la loro permanenza nel Pd.
Noi abbiamo intervistato il senatore Sergio Lo Giudice, chiedendogli di spiegare la sua posizione.

Senatore Lo Giudice, lei ha ringraziato Civati e si è rammaricato del suo abbandono, ma ha detto di voler restare. Perché?

"L'uscita di Civati ha colpito tutti noi, ma credo debba colpire tutto il Pd, poiché è un segnale molto negativo del fatto che in questo momento nel partito non è presente una forma di aggregazione politica capace di tenere insieme la pluralità. Pippo Civati rappresenta delle idee, dei valori, delle riflessioni che sono intimamente legate al Partito Democratico, alla sua identità e alla sua storia. Non ha senso alcuno che una posizione politica di questo genere stia fuori da un partito che si propone di arrivare ad una soglia minima del 40% per ottenere il premio di maggioranza dato dalla nuova legge elettorale. Il Pd non può essere un partito identitario, specie quando aspira a questo ordine di grandezza, ma deve essere la casa di tutti i riformismi. Se Civati sta fuori è un problema anche del Pd".

Eppure ieri abbiamo visto chi, all'interno del Pd, ha esultato per l'uscita di Civati, perché veniva vissuto con fastidio.

"Questo non fa onore a chi ha espresso questi moti di esultanza. A chi giova che Civati stia fuori? A chi giova che nasca una forza di sinistra alla sinistra del Pd? Ha senso che ci sia una forza di sinistra, ma che sia antagonista e identitaria, ma Civati non è questo, Civati rappresenta contenuti e valori che stanno dentro l'esperienza dell'Ulivo, che sono di cultura liberal-democratica, non radicale. A chi serve che si crei, come in Liguria, una situazione in cui il Pd punti alla vittoria con i voti dell'Ncd e intanto si trova un competitor alla sua sinistra che i sondaggi danno al 17-18%?
Questa è la strada per una mutazione genetica del Pd ed io, come tanti altri che hanno sostenuto Civati, rimango nel partito per evitare che questo succeda".

Abbiamo visto in occasione dell'Italicum, così come di altri provvedimenti, una grande debolezza della sinistra dem. Pensa che sia realistico riuscire ad incidere?

"Il problema non è la forza della sinistra, il problema è la sua legittimità all'interno del Pd. A me sta bene stare dentro un'area che vuole tenere ancorata a sinistra il partito e che in questo momento sia minoranza numerica. Il punto è come si relaziona la maggioranza con la minoranza, perché un conto è essere minoranza all'interno di un partito che vuole fare sintesi, pur tenendo conto che i contenuti espressi dalla maggioranza hanno più peso, ma comunque ci deve essere un lavoro di sintesi. Se c'è qualcuno che ha intenzione di stappare bottiglie di champagne ogni volta che un esponente della minoranza esce fuori dal partito, costui non ha in mente una buona idea di cosa un partito democratico e progressista del ventunesimo secolo deve fare per svolgere il suo ruolo".

Ma non c'è il rischio che, in assenza della sintesi di cui lei parla, la vostra presenza rimanga solo di testimonianza e vi costringa a votare provvedimenti che voi stessi definite sbagliati?

"Io credo che siano ancora i margini per ristabilire una situazione di maggiore normalità rispetto alla convivenza di pensieri, culture, riformismi e sensibilità differenti. Il giorno in cui mi dovessi accorgere che chi guida il Pd ha deciso di fare un'altra scelta, ha deciso di fare un partito del capo, plebiscitario in cui non c'è spazio per le posizioni dissonanti, allora, insieme a molti altri, valuterei anche io se rimanere oppure no. Oggi io credo che questo spazio sia ancora aperto e che sarebbe un errore, un peccato storico e lo spreco di una storia abbandonare ad una deriva centrista il Pd".


Ascolta l'intervista al senatore Sergio Lo Giudice
Tags: Politica, Pd

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