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Addio a Francesco Rosi, padre dei film d'inchiesta

Piero Di Domenico: "Ha rivoluzionato il linguaggio cinematografico"


di redazione
Categorie: Società
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A 92 anni si spegne a Roma Francesco Rosi. Un regista conosciuto dai più per i suoi film di inchiesta come Le mani sulla città e Salvatore Giuliano, ma è stato anche un grande innovatore del cinema degli anni '60.

Lutto per il cinema italiano, il 10 gennaio è morto Francesco Rosi. Aveva 92 anni ed era nato a Napoli il 15 novembre del 1922. Leone d'oro alla carriera nel 2012, già Leone d'oro (Le mani sulla città), Palma a Cannes (Il caso Mattei, Legion d'onore, Grolle, David, Nastri e tributi alla carriera a Locarno e Berlino. Un cineasta della realtà, ricordato dai più per i suoi film, cosiddetti d'inchiesta, che già negli anni '60 riportavano all'attenzione tematiche ancora oggi molto attuali.

"Rosi è un figlio del realismo dei grandi registi del passato, forgiato dalla grande lezione del cinema mondiale. Tuttavia, al di là di tutto quello che si sta ricordando oggi sull'idea di un cinema come impegno politico e civile, troppo spesso si dimentica invece che Rosi è stato un grande innovatore dal punto di vista del linguaggio cinematografico" spiega Piero Di Domenico, professore del Dams di Bologna. Ed in effetti alcuni dei suoi film più famosi, come Le mani sulla città o Salvatore Giuliano, affascinano ancora oggi, non solo per l'importanza dei temi analizzati, ma anche per la carica innovativa che con sè hanno portato nel panorama del cinema italiano.

"A Rosi - continua Di Domenico - sono rimasti legati molti registi come Sorrentino e Tornatore perché la sua lezione è stata quella di vedere e pensare il racconto cinematografico, già spezzato dal neorealismo, ricostruendolo e mischiandolo con inchiesta giornalistica, documentario e flash back. Il tutto senza rinunciare ad un ritmo serrato. Insomma un'idea del cinema, un coagulo di forme diverse, che oggi si è affermato completamente se pensiamo a tutta la produzione che chiamiamo documentario".

Un'idea di cinema, questa di Rosi, che da allora ha dato grande forza ai suoi film, rispetto a quelli di impostazione tradizionale. "Rosi ha operato in un contesto in cui era difficile (anche allora, nrd) parlare di mafia. A quest'uomo, che era un vecchio leone napoletano, va riconosciuto un grande coraggio. E voglio ricordarlo con un passaggio dei Cento passi di Marco Tullio Giordana. Quando Peppino Impastato apre il suo circolo di musica e cultura di Cinisi ed il cineforum trasmette Le mani sulla città di Rosi. Un segnale importante che ricorderà la dirompente forza di Rosi di raccontare il malaffare, la corruzione, la mafia in un modo in cui in Italia non si era mai visto" conclude Di Domenico.

Francesca Candioli


Ascolta l'intervista a Piero Di Domenico

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