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A tu per tu con Ebola

Intervista al giornalista e fotografo Sergio Ramazzotti, autore del libro Ground Zero Ebola.


di Andrea Perolino
Categorie: Esteri
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Nel settembre del 2014, Sergio Ramazzotti ha trascorso tre settimane a Monrovia, in Liberia, nel cuore dell'epidemia di Ebola che ha sconvolto l'Africa occidentale. Un reportage illuminante per comprendere e non dimenticare un'epidemia senza precedenti nella storia recente dell'uomo.

Nel corso della sua lunga carriera di fotoreporter, Sergio Ramazzotti è stato testimone e osservatore diretto di realtà fra le più sconvolgenti. L'obiettivo della sua macchina fotografica ha registrato guerre, carestie, cataclismi e atrocità di ogni genere, assistendo a inaudite quantità di morti violente in territori come Iraq, Afghanistan, Libia, Jugoslavia, Sudan, Ruanda e Palestina, per non citarne che alcuni. Quanto basta a sviluppare una scorza sufficientemente spessa per tollerare simili accadimenti. Certe realtà, tuttavia, mettono l'uomo di fronte a situazioni che non si è mai pronti a vivere: è il caso di Ramazzotti, che nel settembre del 2014 ha convissuto per tre settimane con l'incubo del virus Ebola, in Liberia. "Non importa quanto e come l'uomo abbia vissuto, né quale grado di cinismo sia riuscito a sviluppare: per affrontare mostri che credevi sepolti per sempre dagli strati della Storia non si è mai attrezzati a sufficienza", scrive l'autore di Ground Zero Ebola (Edizioni Piemme), eccezionale reportage frutto di quell'esperienza.

Quei mostri che si credevano sepolti dalla Storia sono affiorati, nel corso del 2014, scatenando un'apocalisse in Africa occidentale. Liberia, Guinea e Sierra Leone i paesi più colpiti. E a proposito di storia, nelle pagine di Ramazzotti riecheggia più volte il parallelo tra l'epidemia di Ebola del 2014 e la peste di Milano del 1630, quella raccontata da Manzoni nei Promessi Sposi, o quella del Trecento, di cui ci dà testimonianza Boccaccio. "È un paragone inevitabile, spontaneo - dice Ramazzotti ai nostri microfoni - Una combinazione di arretratezza oggettiva dei paesi dove quest'epidemia si è sviluppata e di quelle paranoie incontrollabili e irrazionali ha fatto sì che in questi paesi si creassero le stesse dinamiche che vengono descritte da Manzoni. L'idea folle che vi siano degli untori si trovano in entrambe le situazioni. Dinamiche folli frutto dell'ignoranza e della supersitizione così diffuse in quelle regioni dell'Africa, ma al tempo stesso non troppo lontane dalla nostra società che riteniamo superiore e progredita, basti pensare a quale paranoia globale si sviluppò nei primi anni '80 a seguito dell'isolamento del virus dell'Aids".

L'incubo descritto da Manzoni è così quello in cui si è trovato immerso Sergio Ramazzotti a Monrovia. Una città di mezzo milione di abitanti che vive in condizioni di promiscuità inaudita, nelle baraccopoli, tra giganteschi cumuli di spazzatura attorno ai quali banchettano i corvi e i mucchi di cadaveri abbandonati per strada. L'immagine sconvolgente di un essere umano che muore da solo, in mezzo alla strada, riverso nel proprio vomito, perché non ha fatto in tempo a raggiungere l'ospedale o perché respinto in quanto sovraffollato, sotto lo sguardo indifferente dei passanti. Ramazzotti ha visto i morti per strada, anch'egli possibile vittima di un nemico invisibile e spietato, vivendo ogni istante e ogni più banale gesto quotidiano con la paura del contagio. "I nuovi princìpi che da qualche tempo regolano i rapporti sociali a Monrovia sono semplici: se tocchi la persona sbagliata, muori. Tocchi la persona che ha toccato la persona sbagliata, muori. Sali sul taxi sbagliato, muori. Per distrazione ti stropicci un occhio o ti accendi una sigaretta con la mano che ha toccato la cosa o la persona sbagliate, e muori".

Non solo. Il giornalista è anche entrato nei lazzaretti, potendo assistere al lavoro disperato del personale medico che, prima di entrare nei reparti di isolamento, si stringe in cerchio e prega. I pazienti ammassati su brande - poco più che sottili strati di lurida gommapiuma - accostate l'una contro l'altra. Luoghi dove la morte è tangibile e visibile: le possibilità di uscire vivi da qui dentro sono minime.
Ha lavorato con una Squadra raccolta cadaveri, i "monatti", volontari che battono le strade e le case della città per recuperare i corpi, a rischio della loro vita. Sono quelli che Ramazzotti chiama "eroi": "È un termine spesso abusato, ma in questo caso è esattamente ciò che credo di avere incontrato - spiega l'autore - Tra l'ignavia generale le iniziative più concrete e coraggiose sono state prese da piccoli gruppi di persone, come i volontari che si sono offerti per lavorare nelle squadre di raccolta dei cadaveri, e che non ho esitato a chiamare eroi. Cittadini liberiani che quotidianamente andavano a raccogliere corpi per le strade, vere e proprie bombe batteriologiche, con il rischio aggiuntivo di essere additati come untori, è capitato spesso che queste squadre venissero accolte a colpi di machete e sassaiole".

L'ignavia a cui fa riferimento Ramazzotti è quella di organizzazioni internazionali che non hanno saputo e voluto rendersi conto per tempo della potenziale gravità del virus, e di quelle organizzazioni non governative che al diffondersi dell'epidemia sono fuggite in massa dalla Liberia: "Già nei primissimi mesi del 2014 MSF aveva lanciato l'allarme, parlando con la dirigenza dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, sostenendo che c'erano tutte le condizioni affinché l'epidemia, originata da sperduti villaggi nella foresta pluviale, potesse viaggiare rapidamente e giungere in luoghi come Monrovia, una grande città, dove sarebbe stato impossibile arginarla, cosa che puntualmente si è verificata. Questi allarmi sono rimasti incredibilmente inascoltati, l'Oms - che avrebbe dovuto e potuto muoversi - non l'ha fatto, demandando a organizzazioni come MSF la gestione sul campo dell'emergenza. Il risultato è che a un certo punto la gente ha cominciato a morire a ritmi spaventosi".

L'epidemia di Ebola ha fatto registrare un bilancio di oltre 9000 morti e 23mila casi sospetti. Se fino a pochi mesi fa era sulle prime pagine dei quotidiani e in testa ai titoli di tutti i telegiornali, col passare del tempo l'attenzione dei media su Ebola è andata scemando. La percezione dell'opinione pubblica è quella di un pericolo scampato, come se l'epidemia fosse già acqua passata. Se è vero che non si è verificata - fortunatamente - quell'escalation esponenziale prospettata durante l'apice dell'epidemia, Ebola continua tuttavia a mietere vittime in Africa. "La percezione generale è che l'epidemia sia sotto controllo, con buona pace di quelle migliaia di morti che sono un po' dei morti di serie B. Come al solito questa percezione non corrisponde alla realtà. Questi Paesi e la loro popolazione non sono al sicuro - sottolinea Ramazzotti - Dobbiamo ringraziare quegli eroi che menzionavo prima perché è quasi certo che è anche grazie a loro se non c'è stata quell'escalation che avrebbe portato l'epidemia di Ebola a sbarcare in maniera più massiccia di quanto non sia accaduto anche nei nostri Paesi. Però queste persone stanno ancora lavorando, alcune le sento tutte le settimane, e alcuni hanno lasciato la vita sul campo. Posso affermare senza esitazioni che tutt'ora dobbiamo ringraziare questi eroi per quello che fanno".


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